Marcus Vitruvius Pollio.
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Dell'Architettura.
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Parte 1.
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Traduzione di: Berardo Galiani.
1790. Fratelli Terres Editori, NAPOLI.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Ruggero Volpes e Carlo Liva per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber". http://www.liberliber.it/
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Presentazione.
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L'architettura di Marco Vitruvio Pollione tradotta e commentata dal marchese Berardo Galiani, Accademico Ercolanese e Architetto di merito dell'Accademia di San Luca. Con Licenza de' Superiori.
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Indice di questa parte.
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Prefazione del Traduttore: Marchese Berardo Galiani
Idea generale dell'Architettura estratta da' dieci Libri di Marco Vitruvio Pollione.
Vita di Marco Vitruvio Pollione.
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Libro primo.
Prefazione.
Capitolo 1. Che cosa sia l'Architettura, e che cosa debbano sapere gli Architetti.
Capitolo 2. Di che si formi l'Architettura.
Capitolo 3. Delle Parti, e Rispetti dell'Architettura.
Capitolo 4. Della scelta dei luoghi sani.
Capitolo 5. Della Costruzione delle Mura, e delle Torri.
Capitolo 6. Della distribuzione, e situazione delle fabbriche dentro le mura.
Capitolo 7. Della scelta de' luoghi per usi pubblici.
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Libro secondo.
Prefazione.
Capitolo 1. Della prima Origine delle Fabbriche.
Capitolo 2. De' Principj delle cose secondo l'opinione de' Filosofi.
Capitolo 3. De' Mattoni.
Capitolo 4. Dell'Arena.
Capitolo 5. Della Calcina.
Capitolo 6. Della Pozzolana.
Capitolo 7. Delle Cave di Pietre.
Capitolo 8. Delle specie di fabbriche.
Capitolo 9. Del Legname.
Capitolo 10. Dell'Abete di l, e di qu dell'Apennino.
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Libro terzo.
Prefazione.
Capitolo 1. Della composizione, e simmetrie de' Tempj.
Capitolo 2. Delle cinque Specie di Tempj.
Capitolo 3. Dei Fondamenti, delle Colonne, e de' loro ornamenti.
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Libro quarto.
Prefazione.
Capitolo 1. De' tre Ordini di Colonne, e loro invenzione.
Capitolo 2. Degli ornamenti delle Colonne.
Capitolo 3. Della maniera Dorica.
Capitolo 4. Della distribuzione interna della Cella, e del Vestibulo.
Capitolo 5. Del sito de' Tempj riguardo ai punti del Cielo.
Capitolo 6. Delle proporzioni delle Porte de' Tempj.
Capitolo 7. Delle Proporzioni de' Tempj Toscani.
Capitolo 8. Del sito degli Altari degli Dei.
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FINE Indice.
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Prefazione. del Marchese Berardo Galiani.
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Di quanto fra tutte le opere rende a noi superiori gli antichi, e gli distingue la magnificenza degli Edifizj, e la perfezione dell'Architettura, di tanto senza dubbio alcuno dee sopra ogni altro Scrittore antico essere stimato Vitruvio: ci molto pi perch dei molti, che di quei tempi scrissero su tal materia, egli  il solo, che ci sia rimasto; e per conseguenza  oggi l'unica chiave per intendere la ragione delle bellezze di tante stupende opere e Greche, e Romane, le quali il Mondo tutto ammira, anche in quelle poche dimezzate reliquie, che il tempo, e la barbarie non han finito ancora di consumare.
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Nella perdita per di quegli altri simili Scrittori dobbiam consolarci, se questo solo si  fino a noi conservato; perch in questo solo abbiamo quanto di meglio scrissero sparsamente tutti gli altri(1), e questo solo, e non gli altri veggiamo stimato, e citato sin dai suoi tempi medesimi(2): anzi  notabile, che quasi per tradizione siasi continuata per lui e non per gli altri costantemente questa stima, anche nei secoli pi barbari ed ignoranti, giacch la quantit grande dei Codici manoscritti, che nelle nobili biblioteche tuttavia si custodiscono, mostra abbastanza, quanta gente, a confronto anche d'ogni altro Autore, ha dovuto tenersi impiegata per moltiplicarsene a tal segno le copie.
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Crebbe e cresce a dismisura tale stima, dacch sgombre le menti dalla fosca caligine della barbarie cominciarono tutti, e specialmente i professori ed intendenti a riconoscere, e van tuttavia pi confermandosi, che la vera bella Architettura  solamente l'antica Greca, o Romana; e che questo  l'unico Autore, che ne spieghi l'arcano, e ne mostri per principj la vera e sicura via per iscoprirlo.
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I Principi medesimi, anzi i pi intendenti fra questi, hanno date spesse riprove del concetto, in cui hanno meritamente tenuto questo Autore. Si sa in fatti, che Alfonso il magnanimo Re d'Aragona, e delle due Sicilie, volendo risarcire il Castel nuovo di Napoli, non ricorse ad altri, che a Vitruvio; e perch gli fu dal Panormita presentato quello che aveva mal legato e senza coperta, n'ebbe una riprensione, giacch non meritava, disse l'Alfonso, di rimanere scoperto un libro, da cui impariamo noi a star coperti(3).
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Fu grata a Francesco Primo la bella, e pu dirsi unica edizione Latina di questo Autore, che gl'indrizz il dotto ed erudito Guglielmo Filandro. Luigi 14 il Grande tra le sue grandissime gesta non isdegn di pensare ad ordinarne a Claudio Perrault la non mai abbastanza lodabile traduzione Francese e per la diligenza ed esattezza del traduttore, e per la veramente reale magnificenza della edizione.
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Tutti i dotti in fine han sempre conosciuto questo libro cos necessario per la intelligenza di tutti quanti gli Autori antichi, come  la Geografia riguardo alla Storia; mentre  l'unico, che ci apra la mente per intendere bene la vita, ed ogni azione e pubblica e privata, e civile e militare, e sacra e profana di quei tempi. Non  maraviglia dunque, se dopo tante e tante edizioni(4) sia tuttavia sempre un libro questo, altrettanto raro, quanto ricercato.
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Si  stimata certo sempre necessaria per chicchessia la lettura di un cos pregevol libro; ma perch da un'altra parte se n' riconosciuta sempre difficilissima l'intelligenza, si son veduti perci in ogni tempo impiegati i pi vivi talenti a darne corrette edizioni, o ad illustrarlo con note(5).
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N ci punto  bastato, mentre pare, che ogni nazione lo abbia voluto fin anche tradotto nella sua propria lingua(6): ma come la sede di questi studj, e la maestra  stata sempre senza dubbio alcuno l'Italia; quindi , che e le prime, ed in maggior numero sono state le nostre. Stampate in fatti, oltre alla presente, se ne numerano sino a quattro: tre di tutti i dieci libri, e sono quelle di Cesare Cesariani, di Lucio Durantino, e di Daniele Barbaro; ed una de' cinque primi soli di Gio. Batista Caporali(7). Manoscritte inedite ve ne saranno molte: due sole per ne ho vedute io in Roma(8); ma di molte altre abbiamo notizia d'essere rimaste imperfette per l'immatura morte de' traduttori(9).
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Con tante cure per, e note, e traduzioni non  ancora questo Autore a comun sentimento n chiaro, n corretto in modo da poter soddisfare al pubblico desiderio; imperciocch quanto al testo, se tutti gli Scrittori antichi han sofferto piaghe e flagelli dagl'ignoranti copisti, bisogna aver per fermo, che a proporzione di quanto  la materia di questo meno ovvia, e meno nota di quelle di tutti gli altri, di tanto sieno in questo ed in maggior numero, e pi profonde. Se per le note, quelle del Filandro son sempre pi sopra erudizioni, che su la materia principale, che era l'Architettura; quelle, che vanno colle quattro traduzioni, non meritano niente meno che esse questo nome, se non si vuol compassionare il secolo infelice, in cui furono scritte(10). Il Perrault senza dubbio  il solo, che merita sopra tutti finora singolare stima e per l'utilit delle sue note ben ragionate, e per la nettezza de la versione.
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Mancava sempre, e con poco onore della nostra Italia, una traduzione che si potesse in qualche modo opporre alla Francese. Or se in tentar ci  stato forse troppo il mio ardire, mi dovr per sempre esser grato il pubblico, e l'Italia tutta pel buon animo avuto nel sostenere colle maggiori, bench piccole mie forze, la gloria del suo linguaggio. Che se questa edizion mia, fatta a proprie spese, non potr nella magnificenza competere colla Francese, fatta a spese d'un grandissimo Re, spero almeno due non le ceda n in esattezza, n in diligenza, n in ogni maggior intrinseca bellezza.
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Fu la prima mia idea di dar fuori solo la traduzione; ma per la rarit de' testi Latini, e pel ritardamento dell'edizione, promessaci gi da gran tempo dal Marchese Gio. Poleni, mi parve necessario accoppiarvi anche il testo Latino. Lo feci tanto pi volentieri, quanto conobbi dovere a ognuno, specialmente in un libro oscuro e per la dicitura e per la rarit de' termini, piacere il comodo di avere al fianco, chi legge il Latino, l'Italiano, o chi l'Italiano, il Latino.
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L'ignoranza generale de' copisti, e molto pi nel caso presente per la novit e scabrosit della materia ci hanno renduti scorrettissimi tutti i codici manoscritti, donde  necessariamente derivata l'imperfezione anche dell'edizioni; si vedr certamente, il pi che umanamente si potr, corretto un giorno colla faticatissima edizione del citato Marchese Poleni, collazionata co' pi rari e pregevoli codici d'Europa tutta(11).
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Ma intanto che ci sia, io ho regolata questa mia presente su quella del Filandro, ch' fin'oggi la pi esatta; non ho avuta per difficolt di servirmi in alcuni luoghi o di quella del Giocondo, o del Barbaro, o d'alcuno de' due Codici della Vaticana, que' due cio, che fra i molti sono dagl'intendenti stimati i pi antichi, e pi corretti di tutti gli altri; uno segnato al numero 1504., l'altro a 2079. della biblioteca Alessandrino-Vaticana(12): o finalmente d'alcuna cavata da savie considerazioni di uomini dotti. E quando n da' testi stampati, n da' manoscritti, n da autorit d'uomini dotti ho avuto alcun soccorso per rendere intelligibile un senso, mi sono veduto nell'obbligo di metter io le mani a qualche correzione.
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In pochissimi casi per altro, e molto cautelatamente l'ho fatto: dove cio era troppo chiaro, che vi fosse scorso errore di copisti, non consistendo il pi delle volte, che in piccole trasposizioni di qualche lettera; n mi farei certo presa tanta licenza, se non l'avessi trovata usata frequentemente dal Filandro in Vitruvio medesimo, e da' comentatori, e curatori tutti delle pi belle edizioni d'Autori antichi.
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E non  gi, che io abbia ci fatto per mero capriccio, ma con tutte le regole dell'arte Critica, non avendo n anche trascurato mai di darne in simil caso in una nota le ragioni; anzi in contrassegno della mia renitenza, spesse volte si trover da me ripreso il Perrault, per aver voluto troppo facilmente porre mano a correggere il testo, essendomi io sempre ingegnato di sostenere la comune lettura per tutti i versi e congetture possibili. Si vedranno dunque sotto la pagina latina notate quelle varianti, che per tutti questi mezzi mi  riuscito di poter procurare.
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In alcuni luoghi, ove il testo parea, che descrivesse qualche figura, o formasse qualche costruzione, per farla capir meglio col prossimo ajuto delle da me disegnate figure, vi ho inserito per entro ai proprj luoghi le lettere, o i numeri, che indicano i punti, o le parti delle figure: ma coll'avvertenza di serrare le dette lettere, o numeri fra due parentesi nel testo Latino, per far conoscere non essere cosa di Vitruvio, o de' testi antichi, ma aggiuntevi da me; e questo stesso  stato il motivo, per cui non si veggono simili lettere, o numeri serrate fra parentesi mai nella traduzione Italiana, e nel testo Latino solamente quando sono state apposte dallo stesso Vitruvio, o almeno dagli antichi amanuensi.
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Mi venne alla prima il pensiero, coll'esempio per altro di moltissime edizioni d'altri Autori dirette da valentuomini, di cambiare la distribuzione de' capitoli. Ognuno in fatti ben sa, che l'Autore, al solito degli antichi, non fece altra distinzione, se non di volumi, a sien libri al numero di dieci, n si conosce nel corso d'ognuno, che ci avesse egli fatta suddivisione alcuna. Quando dunque l'introdusse l'uso di questi capitoli, ve gli misero gli stessi copisti; quindi , che variano in qualche modo i capitoli, che si veggono distinti ne' diversi manoscritti, e nelle diverse edizioni(13). La considerazione al contrario del possesso gi acquistato da pi secoli da questa qualunque divisione, e specialmente di quella tenuta dal Filandro, e dal Barbaro, che sono l'edizioni pi recenti e pi pure, ed il disordine, che si recherebbe alle citazioni che sono da molti Scrittori posteriori fatte de' luoghi di questo Autore secondo questa divisione di capitoli, me l'hanno fatta ritenere anche in questa mia edizione.
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Ci tanto pi, che a ben considerare la cosa, qualora mi fossi determinato a cambiargli, mi farei veduto ancor io bene intricato a farlo a dovere; mentre non avendo l'Autore stesso pensato a distinguere in ogni libro non che i capitoli effettivi, ma nemmeno in un certo modo separatamente ciascuna materia, non s'incontra questa facilmente atta a sottoporsi a precise formali divisioni.
E perch al contrario in modo alcuno non pregiudicava a tutte queste riflessioni il cambiar il titolo del capitolo; in far questo s che non ho incontrato punto di difficolt: mentre con buona pace di tanti valentuomini, che hanno ci indolentemente prima di me trasandato, ve n'erano molti, che o falsamente, o imperfettamente indicavano il contenuto del capitolo, fino a confondere cos la mente dei Lettori(14).
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Non ho creduto n anche delitto il non fare conto alcuna delle solite puntature, avendo in ci usata tutta la libert, e per uniformare al possibile i periodi Latini agl'Italiani, e perch ognun sa quanto in ci difettino l'edizioni antiche, e finalmente perch alle volte una puntatura cambiata rendea intelligibile un senso, che altrimenti non lo era(15). In molti luoghi ci non ostante rimane tuttavia bastantemente oscura la costruzione, ed a prima vista mostra scorrezion di testo: ma esaminandosi con pi attenzione, si scopriranno idiotismi Vitruviani, o espressioni basse derivate o dalla poca cultura dello Scrittore(16), non ostante ch'egli debba numerarsi fra gli Scrittori del secolo aureo, o dalla scabrosit della materia, o dall'impegno contratto di spiegarsi rozzamente per essere meglio capito dagli artefici; mentre non potr negarsi, che con assai migliore stile si esprime e nelle dotte prefazioni di ciascun libro, e ne' tratti di storia, e d'altre materie scientifiche, che sparsamente s'incontrano.
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Quanto riguarda poi la mia traduzione, a chiare note primieramente ognuno vedr, che non  altronde cavata, che dallo stesso testo Latino, che le  a fianco; ed  il pi che ho potuto fedele anche fino a far reciprocamente corrispondere di fronte il verso Italiano al Latino. Le voci sono, il pi che ho saputo, Italiane; e se alle volte ho ritenuto le stesse voci Latine, o Greche,  stato per averle considerate come nomi proprj invariabili(17), o perch altrimente non avrebbe avuto senso il discorso(18). Cos i nomi de' paesi, e citt sono gli stessi Latini, o Greci italianizzati. Ci e per venerazione del nome antico, e perch il pi delle volte o le citt cadute, o i confini cambiati non avrebbero a puntino indicato co' nomi moderni il vero sito antico.
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Le note posso dir tutte mie, non altrimente che chiama cos proprie ognuno le sue, bench tutte frutto della lettura degli altri, e della riflessione sopra i medesimi. Non ve n' alcuna per altro, che sia tratta interamente da altri, perch mai, o al pi poche volte mi sono incontrato cogli altri annotatori nella scelta dell'oggetto, che meritava riflessione, e ci  stato per avermi prefisso di non volere incomodare il lettore con altre note, che con quelle attenenti alla materia particolare dell'Architettura, o ad altro, che vi avesse stretta connessione; e non  stato, come ognuno vedr, che per necessit l'averne alle volte inserita alcuna di pura erudizione, quali regolarmente sono tutte quelle del Filandro, a cui rimando volentieri il lettore di esse desideroso. La brevit, che mi  naturale, mi  stata sempre oltremodo a cuore, mentre la quantit soverchia di parole suole pi spesso confondere, che illuminare.
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Bench hanno alcuni Scrittori alle volte per la loro dottrina acquistata tale autorit sopra lo spirito degli altri, che giungano a sopraffare e prevenire la riflessione, e dir quasi ad impedire di diversamente pensare, pure a me sembra, che il criticare le cose scritte da loro, quando  fatto fra le dovute regole della modestia e della venerazione, non debba meritar riprensione; perch l'esame, e la critica delle opinioni  l'unico mezzo per rintracciare con sicurezza la verit(19). Non mi sia dunque di biasimo, se non lo sar di lode, l'aver pensato e scritto molte cose nuove contra le accreditate opinioni di gravi Autori; mentre se sono stati questi grandi, sono stati non ostante Uomini.
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Se si vedr forse troppo frequentemente citato il Perrault, e contrastate le sue opinioni, creda benignamente ognuno, ch'egli  stato tutto effetto della stima grande che il mondo, ed io abbiam per lui: la quale avendo fatta acquistare a' suoi detti grandissima autorit, sarebbero stati questi di gran peso a petto de' miei, qualora io non avessi procurato per difendere questi miei, confutare i suoi. Oltrech ognun vedr, che il pi delle volte  stato in occasione di aver voluto io sostenere Vitruvio, ch'era stato da lui attaccato; e non sar certo per me colpa l'avere avuta maggior venerazione per Vitruvio, che per lui.
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Il Filandro  vero, che anch'egli ha gran merito e fa moltissima autorit; ma perch nessuna, o quasi nessuna delle sue note toccano la materia dell'Architettura, bench tutte sieno piene di vasta e profonda erudizione istorica, o filologica, ed all'incontro il sistema delle note mie  tutto diverso, questo  il motivo, per cui non mi sono, che poche volte incontrato in occasioni di dovere o abbracciare, o confutare, come per altro ho anche fatto, le opinioni sue. Il Cesariani, il Durantino, ed il Caporali sono niente meno degni di riguardo; ma l'essere stati i primi, ed in secoli poco illuminati fa loro meritare da tutti stima insieme, e compatimento. Il Barbaro  quasi nello stesso caso; ed ancorch il suo comento pu piuttosto dirsi parafrasi che note, pure perch fin'oggi  stata l'unica traduzione che si  potuta in qualche modo leggere, ed aveva perci preoccupato anch'egli le menti del Pubblico, ha meritato anche pi d'ognun altro de' nostri Italiani d'essere spesso nominato nelle mie note.
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Sono questi libri stati sempre, e lo saranno forse ancora oscuri, non tanto per la poca comune latinit e per la singolarit de' termini dell'arte, quanto soprattutto per l'irreparabile perdita delle figure, che vi aveva annesso lo stesso Vitruvio, troviamo spesso scritto d'averle messe in fine del libro, al quale erano assegnate. Il Filandro, ed il Giocondo in alcuni luoghi, e tutti gli altri comentatori, e traduttori hanno procurato in qualunque modo di supplirle quasi tutte; onde ho fatto lo stesso ancor'io, ma con metodo in tutto dagli altri diverso.
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Ho procurato di ristringere in ogni tavola, o sia rame tutto quello, che in tutti i dieci libri si trovava sparsamente insegnato dall'Autore sopra una stessa materia; e qualora un rame solo non  stato capace di tutto, si troveranno almeno immediatamente l'uno dopo l'altro situati i molti rami, che contengono o una stessa, o simili materie. Questo metodo non pu essere a meno, che non faccia riuscire istruttivi anche gli stessi rami soli, facendo vedere sotto quasi un solo colpo d'occhio uno per uno per esempio tutto un Ordine, uno per uno ogni genere di Tempio, e l'uno dopo l'altro gli Ordini tutti, e tutti i generi di Tempj, e tutte le specie de' Cortili, e cose simili.
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Gli altri tutti prima di me hanno stimato bene inserire le figure nel corpo stesso della stampa: cosa la quale non pu riuscir comoda, se non replicando l'impressione della figura in ogni facciata, ove di quella si tratta; e pur ci non ostante facendosi le figure di sole quelle parti che sono nominate, non danno spesso lume bastante al lettore, perch non vi si vede la connessione, ch'esse debbono avere colle altre non nominate, o col tutto: vantaggio, che si ha solamente col metodo da me tenuto, perch, come ho detto, trovano il pi delle volte in un rame solo tutte le parti, che sono sparsamente nominate di un tutto: anzi i rami tutti si trovano in fine legati in modo, che si possano tener fuori le figure, mentre si leggono pi e pi facciate, ed alle volte l'una dall'altra distante, perch forse in diversi libri.
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Nel foglio stesso, ed a fianco della figura si troveranno brevemente notati colle chiamate di lettere o di numeri i nomi Latini e gl'Italiani delle parti disegnatevi, e oltracci le citazioni de' luoghi dell'opera, ove quelle bisognano, ed ove se ne tratta. Questo che a prima vista non parr nulla, riflettendovisi, si trover essere il pi bello, e chiaro vocabolario d'Architettura latino-italiano, e italiano-latino.
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Le figure tutte sono state da me medesimo disegnate colla maggior possibile accuratezza, e servit alle parole del testo, per quanto ha portato la mia debolezza; sono quasi tutte geometriche, e non come quelle d'alcun altro in prospettiva, perch quelle sorprendono s, ma ingannano, ed in queste meglio si pu comprendere la verit e l'esattezza: n ho trascurato farle incidere dal migliore, ch'io mi abbia saputo scegliere fra i nostri, almeno per la diligenza, ed accuratezza.
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Dee in fine ognuno persuadersi, che nel regolare la stampa di questa mia opera, altra maggior cura non ho avuto, che quella di renderne quanto pi ho potuto bella e nobile edizione, e comoda e profittevole la lettura: quanto al testo con darlo il pi che ho potuto corretto coll'ajuto delle edizioni tutte, e de' divisati codici manoscritti: quanto alla traduzione con farla, come meglio ho saputo, italiana, ed oltracci obbligandomi a far al possibile riuscire quasi dirimpetto al verso Latino il mio Italiano, accioccch riesca facile al lettore di trovar la corrispondente voce o Latina, o Italiana, che si cerchi: quanto alle note, limitandomi per esse qualunque si fossero state, solamente le stesse facciate, ove occorrono, senza avermi mai presa la licenza o d'allungarle, sicch si dovesse voltar carta, e scorrere sino alla facciata seguente, per finirla di leggere, o d'accortarle s che vi rimanesse alcun verso bianco nella facciata; aggiungasi, che non solo il numero di ciascuna si trover notato sopra le voci tanto Latine, quanto Italiane, alle quali va applicata, ma notato ancora alla margine accanto a quel verso, ove quella cade.
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Le figure sono tutte unite in fine e registrate secondo le materie, e in modo, come dissi, che si possano tener comodamente spiegate fuori del libro; e perch pu ad alcuno, vedendone una, venire il desiderio di leggere quello, che di essa nel corpo del libro si dice, a fianco della medesima si trover notato il libro e il capitolo, ove se ne tratta.
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Gli ornati medesimi, che fanno finale quasi in ogni libro sono anch'essi composti di cose appartenenti alla materia, di cui si  trattato nel libro: anzi quando ho potuto, ho procurato, che fossero pezzi di memorie antiche.
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Questo  quanto ho saputo, ed ho creduto poter fare per servir bene il Pubblico agevolandogli al possibile la lettura, e l'intelligenza del presente libro. Prenda egli dunque in buona parte quella mia prima fatica, e l'abbia per un saggio del genio, e passione che ho per questa nobile scienza; mentre se avr la sorte, che sia benignamente accolto, avr maggiore stimolo di accrescere le mie cognizioni, e di sempre pi meglio soddisfarlo in altre opere su la stessa materia.
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Berardo Galiani.
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Nota degli Editori.
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Nell'assumere l'impegno di ristampare questa celebre Opera, abbiamo noi voluto rendere un particolar servizio agli Architetti e loro Scolari. Ora giudicando il Testo Latino alla maggior parte dei medesimi inutile ed incomodo, ci siamo determinati a pubblicare solamente la pregiatissima Traduzione Italiana del Sig. Marchese Gagliani; come gi annunziammo nel nostro Manifesto.
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Fratelli Terres Editori, NAPOLI.
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Idea generale dell'Architettura, estratta da' dieci Libri di M. Vitruvio Pollione.
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L'essere stato Vitruvio sempre considerato non solo come un trattatista d'Architettura, ma come un Scrittor Latino del secolo d'oro, e come uno Scrittore assai dotto e pieno di varia erudizione, ha sempre invogliati egualmente gli Architetti, che gli Eruditi a leggerlo; ma se quelli il pi delle volte si sono arrestati alla bella prima dalla oscurit della lettura per la novit de' termini, molti de' quali non si trovano n anche tradotti n vocabolari, questi gli ha sgomentati l'ignoranza della materia. Per quelli si era in qualche modo agevolata la strada colle qualunque traduzioni, che fin oggi n'erano state fatte, e specialmente con quella del Barbaro; per questi, come per lo pi non esercitati preventivamente negli studj Architettonici, non  stato, n  regolarmente cos. Non sar dunque, per questi almeno, fuor di proposito questo piccolo trattatino, che premetto tanto ad oggetto di dare una idea compendiosa dell'economia tenuta dall'Autore in tutta l'opera, quanto per ispiegare in questa occasione colle figure avanti i principali termini, de' quali bisogna precisamente avere idea chiara ed adequata, prima di mettersi a leggere il testo, e far cos acquistare almeno un'idea generale di tutto il corpo dell'Architettura.
Per far capire a un colpo d'occhio l'Economia di tutta l'opera, ho stimato formarne il notato Sistema, in cui oltre alle divisioni e suddivisioni delle materie, si trovano ancora notati o i libri interi, o i capitoli, ne' quali se ne tratta.
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L'ARCHITETTURA dunque per l'etimologia della voce pu definirsi una scienza direttrice di tutte le altre arti, o pure l'arte la pi eccellente(20); e bench l'oggetto e scopo suo principale sia la costruzione delle fabbriche, non  difficile il comprendere, come anche per questo solo vi debba concorrere la cognizione di tutte, o almeno di buona parte di tutte le altre arti.
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Se se ne considera l'Origine, ha questa avuto o almeno potuto avere principj assai bassi(21). Una grotta, una capanna sono i primi principj della pi nobile, e pi ricca Architettura: n  fuor di proposito il pensare, che miseri travi sieno stati gli originali de' nobili ornati di colonne, e architravi e fregi: che poveri tetti di paglia, canne, o al pi tegoli abbiano colla loro gronda prodotta l'idea di tante belle comici; e finalmente che rustici sassi, o rozza inuguaglianza di terreno abbia dato i primi principj a' zoccoli ed a' piedistalli: origine, che non deve mai perdersi di mira da un Architetto, se non vorr tentare cosa contro la medesima natura.
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I Requisiti della scienza, e di colui che la professa, sono, e debbono veramente esser molti, perch di molte cose deve sapere il vero Architetto(22): d'alcune per baster, che ne conosca la teoria; ma d'altre, che con particolarit concernono l'oggetto principale della fabbricazione, bisogna che ne sappia egualmente a fondo e la Teoria, e la Pratica.
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Tre specie d'Architetture comprende il presente trattato, la Civile, la Militare, e l'Idraulica. Della Militare ne tratta veramente poco(23); e bench pu ben dirsi, che sono bastantemente diverse la militare, e la civile, pure s perch la militare a' tempi di Vitruvio non era che piccola cosa, riducendosi a saper fare una torre ed una cortina, cosa che totalmente dipende dalla civile, o a caricare una balista ed una catapulta colle solite generali regole meccaniche: s anche perch egli era architetto egualmente militare che civile; quindi , che ha trattato qualche cosa dell'architettura militare. E perch pu questa riguardare o lavori di fabbrica stabili, o di macchine mobili, perci a ragione pu dividersi in Stabile, e Mobile.
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L'Idraulica(24) ha pi stretta connessione colla Civile, mentre tratta della maniera di regolare le Acque, che sono d'uso s necessario, come voluttuoso negli edificj tutti e pubblici e privati.
La Civile finalmente(25), che occupa la maggior parte del trattato, potrebbe dividersi in Fabbricazione, e Meccanica; ma siccome era allora provincia particolare degli architetti il far gli orologi, perci con qualche ragione numera Vitruvio fra le parti dell'Architettura anche la Gnomonica. 
L'Architettura, come ogni altra arte, contiene, come dissi, la parte Teorica e la Pratica. La Teorica consiste nel sapere concepire la miglior distribuzione di un dato spazio, per formarvi co' dati materiali tutti i maggiori comodi, che si possono secondo la mente del padrone, e secondo la somma ch'egli vi vuole impiegare(26); la Pratica poi consiste nel saper mettere in opera l'idea gi concepita, sicch non ne resti il padrone al fine ingannato n riguardo alla perfezione del lavoro, n riguardo alla spesa premeditata.
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Per ci fare ha l'Architetto due modi da dare preventivamente conto al padrone: conto della spesa per mezzo de' Numeri, conto della distribuzione per mezzo delle Linee, o sieno disegni. Disegni(27) chiamansi i caratteri, de' quali si serve l'Architetto per dimostrare la concepita idea: ne ha perci bisogno non meno che di tre, della Pianta, o sia Icnografia: dell'Alzato(28), o sia prospetto tanto della fronte esteriore, detto Ortografia, quanto dell'interno, detto Spaccato; e finalmente della prospettiva di tutto l'edificio, detta Scenografia. La Pianta(29)  un disegno in piccolo della distribuzione orizzontale del dato piano, segnandovi i siti de' muri, delle colonne, de' pilastri, delle scalinate, e de' vani. L'Alzato(30)  parimente un disegno in piccolo del prospetto esteriore, o sia della distribuzione verticale dell'edificio; e perch questo non basta per far vedere l'interno dell'edificio, vi necessita pure un secondo alzato, che dicesi Spaccato(31), perch fingendo spaccato l'edificio, e toltane la parte anteriore, si ha campo di mostrare cos chiaramente anche l'interno. Il terzo disegno, che farebbe la Prospettiva,  per far vedere non solo la fronte, ma eziandio i fianchi; noi per oggigiorno non l'usiamo.
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Alle volte non sono sufficienti n anche tutti questi tre, ed  necessario ricorrere a' Modelli. Modello  una rappresentazione di rilievo in piccolo sia di carta, sia di legno, sia di cera, o d'altra materia, ma relativamente proporzionata alla futura opera grande. Non farebbe mal fatto, che per ogni fabbrica avessero i padroni il giudizio di farsi fare i modelli; ma  troppo scandalo il vedersi por mano ad edifici grandi e pubblici, non che senza modelli, ma posso sicuramente avanzarmi a dire, senza n pure i disegni(32). I disegni si capiscono solo dagli Architetti, o da gente pratica; ma perch l'Architetto deve sentire anche gl'ignoranti, i modelli son quelli, che gli capisce ognuno: anzi l'Architetto medesimo col modello scoprir ci, che pur troppo frequentemente per mancanza di penetrazione non avr forse conosciuto in disegno.
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La fabbrica dunque, che  l'effetto della fabbricazione, poggia la sua bont sopra tre fondamenti, e sono Comodo, Fortezza, e Bellezza(33).
Il Comodo dipende dalla Quantit, e dalla Qualit(34). Quantit s'intende la grandezza di ciascun membro e del tutto proporzionata all'uso, a cui  destinato; e questa parte  detta Ordinazione. La Qualit poi s'intende(35) la situazione del tutto, e di ciascun membro al luogo, ed all'aspetto proprio; e questa parte dicesi propriamente Disposizione. Ognuno comprende, che  diversa la Quantit pubblica dalla privata(36), diversa cos ancora la Qualit.
La Fortezza(37) dipende s dalla Scelta de' materiali, conoscendo bene l'intrinseca propriet di ciascuno, come dal convenevole Uso de' medesimi. I materiali sono diversi in ogni paese; e perci deve impratichirsene un Architetto, ove giunga nuovo.
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Queste due parti sono comuni, e puramente necessarie in ogni qualunque fabbrica o pubblica, o privata, sia grande, sia piccola. La terza, che  la Bellezza, se non si vuole anche per tutte puramente necessaria, lo sar almeno per una fabbrica, che si volesse per tutti i versi perfetta; necessaria per conseguenza nelle fabbriche magnifiche, nelle pubbliche. Dipende questa(38) da tre principj Simmetria, Euritmia, e Decoro.
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Simmetria  la reciproca corrispondenza delle parti in Quantit. Siccome l'Ordinazione fa, che ogni membro abbia la giusta quantit, o sia grandezza, consideratone solo l'uso; cos la Simmetria fa, che lo stesso membro abbia oltracci la dovuta quantit proporzionata relativamente s agli altri membri, come al corpo intero. Per esempio, l'Ordinazione fa, che una porta d'un palazzo sia capace dell'ingresso d'una carozza(39): ma la Simmetria far, che la stessa porta in un Palazzo Reale magnifico sia capace di due e pi, se occorre; avendo egualmente riguardo alla proporzione corrispondente a tutto l'edificio, che all'uso particolare della medesima.
L'Euritmia insegna a far uso della Qualit sicch riesca grato e misurato l'aspetto(40). La Qualit, come dissi, distribuisce a' luoghi, ed agli aspetti proprj ciascun membro; l'Euritmia distribuisce a' luoghi, ed agli aspetti proprj ciascun membro, ma in modo, che sia ben diviso l'aspetto. Cos effetto dell'Euritmia  il portone nel mezzo d'una facciata, ed il braccio sinistro simile al destro, e cosa simile.
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E differisce l'Euritmia dalla Simmetria, perch a questa appartiene il fare, per esempio, le finestre o grandi, o piccole, secondo richiede la corrispondenza delle proporzioni; a quella solo il distribuirle ugualmente per la facciata. Oggi anche i pi assennati e pratici Architetti confondono l'effetto dell'Euritmia con quello della Simmetria in modo, che avendo perduto fin anche l'uso della voce Euritmia, chiamano tutto Simmetria. Vitruvio insegner loro, che pu bene darsi una fabbrica, che sia Simmetrica, e non perci Euritmica; ed al contrario Euritmica, e non Simmetrica.
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Evvi finalmente un'altra parte, che chiamasi Decoro(41), la quale insegna far debito uso della Simmetria, e dell'Euritmia, e degli ornati, adattando i proprj e convenevoli a ciascun edificio; non conviene, per esempio, ad una Chiesa(42) l'ornato medesimo, che compete ad un Teatro: come anche quando si  fatta nobile ed ornata una parte d'un edificio, nobili ed ornate debbono anche a proporzione essere tutte le altre. Si regola dunque questo Decoro o dalla Natura, o dalla Consuetudine, o dallo Statuto.
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Per Ornato intendo tutto quel pulimento, che o si soprappone al vivo d'una fabbrica, o si pone in vece d'esso(43). Cos ornato  l'intonaco, ornato  la pittura, ornato sono i marmi, gli stucchi, ornato le colonne, e cosa simile. Di tutti dee farsi caso in un'opera perfetta.
Il principale Ornato o pulimento per  ci, che noi chiamiamo Ordini; ed  questo tanto pi nobile, proprio, e bello, quanto che nato dalla natura medesima(44). La natura fu quella, come dissi, che insegn a' primi uomini, ed insegna tuttavia a' popoli barbari d'alzar dritti de' travi, di legarne le cime con altri orizzontali, e di formare con altri inclinati i tetti. Ecco l'origine delle Colonne, degli Architravi, delle Cornici, e de' Frontispizj; mentre dalla prima natura in altro non differiscono, che in esser ora questi pezzi o di fabbrica, o di marmo, quando lo furono di legno(45).  perci da avvertirsi, che non ostante che gli Ordini oggi si abbiano per un ornato, non lo sono veramente tali, ma piuttosto debbono tenersi per un'ossatura d'ogni fabbrica, ridotta poi da' capricci ed abbellimenti degli Scultori ed Architetti a far piuttosto figura d'ornato, ed a perdere tanto l'idea della prima vera loro natura, che  stata una perenne sorgente d'infiniti errori, e dir sicuramente della perdita della buona Architettura. Considerati in questa maniera gli Ordini, s'intende, come essi dieno regola e norma a tutte le proporzioni d'ogni sorta di edificio s nobile, come ignobile: s'intende, perch questi s'insegnano per primi rudimenti a' giovani Architetti; perch sopra questi specialmente si raggiri, e quasi si ristringa il vasto studio dell'Architettura.
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Per Ordine dunque comunemente s'intende un composto di Colonna, Piedistallo, e Cornicione; e bench nelle composizioni degli edifizj entrino altre parti, come sono le finestre, le nicchie, gli acroterj, e cose simili, le quali pure in un certo modo sono Ordine: queste si hanno come accessorie del principale, che  la colonna colle sue parti.
Or il diverso gusto d'ogni nazione, e gli attributi particolari d'ogni specie d'edificio, han dato principio alle diverse specie d'Ordini, che oggi abbiamo. Evvi edificio, che richiede un aspetto, un ornato Sodo: evvi chi lo ricerca Nobile, chi Gentile(46): ecco come uno stesso genere d'Ordine coll'aggiungere o scemar d'altezza, col crescere o scemar il numero de' membretti, coll'ingentilire il contorno d'essi, con intaccarli, con intagliarli, con soprapporvi diverse specie d'ornamenti ne ha prodotte quasi infinite specie; ed infinite, o almeno molte sarebbero, se l'autorit solita de' predecessori sopra i successori, se un'invecchiata consuetudine non le avesse ristrette a poche.
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Qualunque sia (che lo riserbo agl'istorici) la prima origine della bella Architettura, noi oggi la riconosciamo da' Greci. Questi ristrinsero gli Ordini a tre sole specie(47). Una Soda, che dissero Dorica: una Nobile, detta Jonica; ed una Gentile, che  la Corintia. Vitruvio, che al pensar d'ogni Romano, venerava la nazione Greca per nazione dotta, di questi tre Ordini solamente parla, come veri distinti Ordini: i moderni per, o male intendendo le sue parole, o mal considerando i monumenti antichi, han creduto ravvisarvi due altri Ordini, il Toscano, cio, ed il Composto, o sia Romano. Del Toscano ne parla,  vero, Vitruvio, ma solo per descrivere una particolar maniera di far i Tempj nella Toscana, non gi come d'un Ordine specioso da paragonarsi a' tre Greci(48); non vi  monumento antico in fatti, che si conosca chiaramente d'Ordine Toscano, ma anzi i pi pratici ed intendenti gli hanno per Dorici. Del Composto poi non solo non ne parla, ma chiaramente ci avvisa essere lo stesso che il Corintio; anzi espressamente ci proibisce di crederlo diverso(49). Che l'ignoranza degli Architetti ce ne faccia oggi vedere d'infinite specie, non  meraviglia. Meraviglia si , che anche i grandi uomini abbiano voluto tenere il Toscano per un ordine, ed ordine diverso dal Dorico, e cos il Composto dal Corintio; e poi avanzarsi a ricercare anche un Sesto Ordine, senza capire lo stato della questione.
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Le parti dunque, che compongono l'Ordine in genere, o sia ognuna delle specie degli ordini, sono il Piedistallo, la Colonna, ed il Cornicione(50). Il Piedistallo, o sia Zoccolo,  un primo basamento d'un edificio: or suole questo avere i suoi ornati, quali sono da piedi un basamento, e da capo una cimasa, o cornicetta che sia: quando ha questi finimenti, allora  propriamente detto Piedistallo; quando n, Zoccolo.
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La Colonna poi ha tre membri: il Fusto, che  il corpo principale della colonna a forma di trave, e per conseguenza pi sottile verso la testa(51): la Base, che figura una legatura del trave al piede; ed il Capitello, ch' un'altra legatura alla testa(52). Il bisogno di rendere pi o meno ornato un Ordine ha indotto gli Architetti, e Scultori ad abbellire in diverse fogge queste legature: tanto che queste sogliono servire d'ordinario distintivo degli Ordini, chiamandosi Corintio l'Ordine, ove i capitelli sono ornati di foglie, e viticcj: Jonico, ove i capitelli hanno a' quattro angoli quattro volute; Dorico, quando  liscio.
Il Cornicione, che  l'altro membro d'ogni Ordine, si compone di tre parti, Architrave, Fregio, e Cornice. L'Architrave  il trave maestro, che unisce le colonne, e regge le teste degli altri travi del palco: le teste di queste son quelle, che occupano l'altezza d'esso Fregio; e vi si vedrebbero, se l'ornato di triglifi, o d'altre sculture non ne coprisse la difformit. Sopra il Fregio finalmente va la Cornice, la quale  un simbolo della gronda de' tetti(53); e perci a' fianchi  dritta orizzontale, alle fronti triangolare, come la  ne' Frontispizj. Quindi , che nella Cornice si possono distinguere due parti; la Cimasa colla Corona, che sono l'orlo del tetto e de' tegoli; ed i Dentelli, o Modiglioni, che sono le teste de' piccoli travi del Cavalletto.
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Il Carattere proprio di ciascun Ordine, cio o la Sodezza, o la Nobilt, o la Gentilezza, ha dato motivo di somigliare il Dorico ad un Uomo, il Ionico ad una Donna, ed il Corintio ad una Vergine(54). Lo stesso carattere fa, che alcuni membretti convengano ad un Ordine, altri ad un altro, e che finalmente una composizione di modinature, o come chiamasi una sagoma, convenga pi ad un Ordine, che ad un altro. Quindi  nata la consuetudine di consegrare un tal membretto ad un tal Ordine(55); consuetudine, dalla quale e perch nata dalla natura stessa, e perch roborata dalla pratica di tanti antichi e moderni valentuomini, non ardirebbe, o per dir meglio non dovrebbe alcuno ardire d'allontanarsi.
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Possono queste colonne diversamente accoppiarsi e quanto al numero, e quanto alla distanza, che dicesi Intercolunnio(56). Il numero e la distribuzione produsse de' nomi, che servirono a denotare i Generi delle facciate, e specialmente de' Tempj. I nomi degl'intercolunnj ne distinguono le Specie.
Non ho gi io promesso di far qu un compendio di tutti i dieci libri, n tampoco un trattato compito d'Architettura; onde questo poco parmi, che basti per un saggio, per una introduzione, o sia per una Idea Generale, che per piccola, e scarsa che sia, non lascer d'essere un filo nel vasto laberinto di questa scienza, e nel confuso metodo tenuto dall'Autore.
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Vita di Marco Vitruvio Pollione.
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Molti moderni Autori(57) hanno scritta la Vita di Marco(58) Vitruvio(59) Pollione; ma tutti non hanno avute altre notizie, che quelle che si possono ricavare dall'opera sua medesima, non trovandosene altra memoria presso Scrittori antichi, se non che leggesi registrato da Plinio nel catalogo degli Autori de' quali egli si serv, e nominato da Frontino, come creduto introduttore del modulo Quinario negli acquidotti. Altrettanto dunque, e non pi resta anche a me di poter fare.
Dove fosse egli nato, non costa; e bench stando al servizio degl'Imperadori, stesse egli in Roma, ed in Roma avesse scritto questi suoi libri(60), non s'incontra in tutta l'opera parola, che cel possa far credere Romano.
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Il Marchese Maffei, pieno di amore verso l'illustre sua patria, lo avrebbe ad ogni costo voluto far Veronese: ma l'Arco, che  la maggior sua pruova, eretto ivi da Lucio Vitruvio Cerdone, Liberto di Lucio, il pi che mostra , che fosse stato questi un Architetto chiamato ivi a dirigere una tal fabbrica, ma non gi nato in Verona, ed al piu, potrebbe Verona vantare il possesso d'un Vitruvio Cerdone, ma non mai del Pollione(61). 
Il nominare il nostro Autore a confronto di tre citt capitali, cio Atene, Alessandria, e Roma, anche Piacenza, non mostra n pure chiaramente d'aver potuto essere Piacentino; ma s bene d'aver forse potuto avere occasione di dover ivi costruire degli Orologj, a proposito de' quali egli la nomina, potendosi credere, che fosse col andato per aver cura delle fortificazioni, e delle macchine belliche, le quali probabilmente vi erano, per essere una colonia stabilitavi appena da' Romani per sicurezza contro i Galli(62).
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Con molto maggior ragione, e con pi probabili congetture potremo noi pretendere d'essere stato Campano, e pi precisamente Formiano, che diremmo oggi di Mola di Gaeta. Lo conobbe, e lo confess l'oculatissimo e dottissimo citato Marchese Poleni, ed altri: lo mostrano quasi ad evidenza i diversi pezzi di antiche iscrizioni della gente Vitruvia, che vi si sono in diversi tempi scavate, e tuttavia si conservano; iscrizioni non gi apposte a fabbriche da' Vitruvj come Architetti, ma sepolcrali di persone della famiglia Vitruvia morte in quel paese(63).
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Quanto all'et in cui visse, non  da controvertersi pi aver egli fiorito tra i tempi della morte di Cesare, e la battaglia d'Azio; e merita d'esser derisa quell'opinione, che lo fece credere de' tempi di Tito(64). Il non nominare nessuna di quelle magnifiche fabbriche, che cominciarono ad abbellire la citt da Augusto in poi, anzi il leggersi nominato un teatro solo di pietra, mostra abbastanza, ch'egli era in tempo, in cui non vi era altro che quello di Pompeo; tanto pi che espressamente si leggono nominati i Portici Pompejani, che erano forse dietro a questo teatro(65).
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Aggiungasi, che nella stessa sua dedica chiaramente ravvisasi, che fu Augusto l'Imperadore, a cui egli indrizz questi dieci libri; e baster leggerla con attenzione per restarne convinto.
S'individuer eziandio maggiormente il tempo, se si riflette alla maniera, come cita Accio, ed Ennio; e come Lucrezio, Cicerone, e Varrone(66): quelli come da qualche tempo defonti, questi come conosciuti da lui. Or sappiamo, che Ennio nacque 239 anni prima dell'Era volgare, Accio 171, Varrone 116, Cicerone 107, e Lucrezio 54.
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Aggiungerebbe finalmente non piccolo lume il potersi sapere, chi fosse quel C. Giulio figliuolo di Massinissa, che milit sotto Cesare, e che narra Vitruvio d'aver coabitato qualche tempo con lui; ma non  facile l'accertarlo, non trovandosene altrove memoria(67).
Dopo tutte queste prove non fa poca forza il vedere quasi costantemente fin dalle prime edizioni, intitolato sempre questo libro M. Vitruvii Pollionis de Architectura lib. 10. ad Csarem Augustum.
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Ci posto, egli compose questo trattato gi vecchio, e lo present all'Imperadore qualche tempo dopo d'aver assunto questi il nome d'Augusto, che fu l'anno XXVII. avanti l'Era volgare, mentre nella descrizione della Basilica di Fano si nomina un Tempio gi eretto ad Augusto.
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Non fu egli certo tutto Uomo di fortuna, ma dovette nascere da comodi genitori, una volta che ebbero questi modo di dargli buona educazione, e fargli fare ottimi studj(68). Fu di bassa statura, e non mor, se non d'avanzata et(69). Fu egualmente Architetto militare, che civile. Lo mostra l'opera stessa, ed oltracci come si legge d'aver costrutta una basilica a Fano(70), cos anche si legge di avere assistito alle macchine belliche con M. Aurelio, Pubblio Numidio, e Gneo Cornelio(71). Non ostante che pi volte si lamenti della poca giustizia resa al suo merito, sopraffatto dalle brighe degli altri Architetti(72), lo che forse fece, che non gli riuscisse di fare altra fabbrica cospicua, se non la basilica di Fano, fu ci non ostante in qualche modo stimato e considerato, mentre ottenne dall'Imperadore per servizj prestati una pensione vitalizia(73).
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Non fu niente ignorante, e non  se non sua modestia lo scusarsi come non Filosofo, non Retore, non Gramatico(74); mentre piuttosto da ognuno si ravvisa, ch'ebbe tutte quelle cognizioni, ch'egli richiede in un buon Architetto al cap. 1. del lib. I.
Tanto parmi che basti per una breve necessaria notizia della patria, dell'epoca, e della vita del nostro Autore. Lungo farebbe stato, ed in un certo modo fuor di proposito, il diffondermi pi o in cose poco necessarie, o in cose che richiederebbero lunghi e particolari trattati. Chi volesse dunque meglio capire, quale e quanto sia Vitruvio, non ha a far altro, che leggere con attenzione i suoi libri.
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Dell'Architettura di M. Vitruvio Pollione.
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Libro primo.
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Prefazione.
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Quando la tua Mente, e il tuo Genio divino, o Imperatore(75) Cesare, era intento ad occupare l'imperio del mondo, e con invitto valore abbattuti tutt'i nemici, si gloriavano i tuoi cittadini del trionfo, e della vittoria tua; e dall'altra parte i popoli tutti soggiogati pendevano dai tuoi cenni, e il Popolo col Senato Romano liberato dal timore era governato dal profondo tuo giudizio e sapere, non aveva io animo di presentare a te, cotanto occupato, questo trattato di Architettura da me spiegato con grandi riflessioni, per timore, che importunamente frastornandoti, non incorressi il tuo dispiacere.
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Ma vedendo poi, che tu non solo hai pensiero della salvezza comune di tutti, e dello stabilimento della Repubblica, ma anche del comodo degli edificj pubblici: acciocch non solo sia da te la Repubblica arricchita di Provincie, ma anche la Sede dell'Impero abbia il bell'ornamento dei pubblici edifizj, non ho stimato di differire a presentarti subito questo Trattato.
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E ci primo, perch era gi cognita questa mia professione a tuo Padre, del cui valore io fui ammiratore; e poi, perch dopo d'avere la celeste compagnia degli Dei innalzato lui alla Sede dell'Immortalit, e trasferito nelle mani tue il comando, che era di tuo Padre, la venerazione, che io ho continuato ad avere della sua memoria, mi ha fatta meritare la tua protezione: ond', che fui destinato ad assistere con Marco Aurelio, e Publio (76) Numidio, e Gneo Cornelio all'ammannimento delle baliste e degli scorpioni, ed al riattamento delle altre macchine, e ne ricevei insieme con essi il soldo: e quell'istesso, che io ebbi da principio, me lo hai continuato a titolo di ricognizione per l'intercessione della tua Sorella.
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Vedendomi perci con tal beneficio obbligato tanto, che per tutto il tempo di mia vita non aveva timore di miseria, cominciai a scrivere queste cose per te; e perch mi accorsi, che avevi gi fatti molti edificj, e molti ne facevi, e che sempre saresti stato intento alle fabbriche s pubbliche, che private, proporzionate alle tue gloriose gesta, acciocch rimanessero di memoria ai posteri, ho scritti questi precetti precisi, riflettendo ai quali potessi da te medesimo giudicare delle opere fatte, e da farsi: giacch in questi libri ho spiegate tutte le regole dell'arte.
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Capitolo 1. Che cosa sia l'Architettura, e che cosa debbano sapere gli Architetti.
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L'Architettura(77)  una scienza, che  adornata di molte cognizioni, e colla quale si regolano tutti i lavori, che si fanno in ogni arte(78). Si compone di Pratica, e di Teorica. La Pratica  una continua e consumata riflessione sull'uso, e si eseguisce colle mani dando una forma propria alla materia necessaria di qualunque genere ella sia. La Teorica poi  quella, che pu dimostrare, e dar conto dell'opere fatte colle regole della proporzione, e col raziocinio. Quindi , che quelli Architetti, i quali si sono senza la teorica applicati solo alla pratica, non hanno potuto giungere ad acquistare nome colle loro opere; come al contrario coloro, i quali si sono appoggiati alla teorica sola ed alla scienza, hanno seguitata l'ombra, non gi la cosa.
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Ma quelli, che hanno appreso l'uno, e l'altro, come soldati provveduti di tutte le necessarie armi, sono giunti pi presto, e con riputazione al loro scopo: poich siccome in tutte le cose, cos sopra tutto nell'Architettura vi sono i due termini, il Significato cio, ed il Significante. Il Significato  quella cosa, che si propone a trattare; il Significante poi  la dimostrazione tratta dalle regole delle scienze: ond' chiaro dover essere nell'uno, e nell'altro esercitato colui, che si dichiara Architetto.
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Per far ci bisogna, che egli abbia talento, ed applicazione: perciocch n talento senza scuola, n scuola senza talento possono formare un perfetto artefice: deve pertanto avere studio di Grammatica, essere fondato nel Disegno, erudito nella Geometria, non digiuno dell'Ottica, istrutto nell'Aritmetica, saper l'Istorie, aver atteso alle Filolofie, saper di Musica, non ignorare la Medicina, aver cognizione della Giurisprudenza, ed intendere l'Astronomia, e i moti del Cielo; ed eccone la cagione.
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Deve l'Architetto saper la Grammatica per mettere in carta, e rendere pi stabile la memoria col notare. Il Disegno gli serve per potere cogli esemplari dipinti mostrare l'aspetto dell'opera, che vuol formare. La Geometria d molto ajuto all'Architettura, e specialmente insegna l'uso della riga, e del compasso, coll'ajuto dei quali strumenti soprattutto si formano pi facilmente le piante degli edifici, e si tirano le direzioni delle squadre, de' livelli, e delle linee. Parimente coll'Ottica(79) si prendono a dovere i lumi negli edificj dai dati aspetti del Cielo.
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Coll'Aritmetica si calcolano le spese degli edifizj, si mettono in chiaro i conti delle misure, e col calcolo, e metodo aritmetico(80) si sciolgono i difficili problemi delle proporzioni. Dee sapere molte Istorie, poich spesso gli Architetti disegnano molti ornamenti nelle opere, dei soggetti dei quali debbono essi, a chi ne domanda, assegnare la ragione. Siccome, se qualcuno in luogo di colonne adoprasse statue di marmo, rappresentanti donne vestite di stola, che si chiamano Cariatidi, e sopra le medesime ponesse i modiglioni, e le cornici: a chi ne domanda, dar questa ragione. Caria citt del Peloponneso si colleg coi Persiani contro i Greci: finalmente i Greci vincitori, essendosi gloriosamente liberati da quella guerra, di comun consiglio la intimarono ai Cariatidi.
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Presa quindi la citt, ammazzati gli uomini, ed abolita la cittadinanza, ne menarono schiave le loro matrone; ma non permisero, che deponessero i manti, n gli altri ornamenti da matrone, acciocch non solo fossero per una volta sola menate in trionfo, ma con eterna memoria di schiavit cariche di somma vergogna sembrassero pagare il fio per la loro citt. Quindi gli Architetti, che fiorivano allora, collocarono negli edifizj pubblici le loro immagini destinate a regger pesi, acciocch passasse anche ai posteri la memoria della pena del fallo dei Cariatidi.
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Parimente i Laconj sotto il comando di Pausania figliuolo di(81) Cleombroto, avendo nella battaglia di Platea con poca gente vinto un infinito numero di Persiani, solennizzatone ricco trionfo e di spoglie, e di preda, eressero del bottino fatto con lode e valore dei cittadini il Portico Persiano per trofeo da tramandare alla posterit; ed ivi collocarono le statue dei prigionieri vestite alla barbaresca, che reggevano il tetto, acciocch restasse cos colla meritata vergogna punita la loro superbia, e gl'inimici si atterrissero dal timore della loro fortezza, ed i cittadini riguardando quell'esempio di valore, animati dalla gloria, fossero pronti a difendere la libert. Quindi pure nacque, che molti usarono delle statue Persiane per sostenere gli architravi, ed i cornicioni; e cos con questi soggetti aggiunsero alle fabbriche eccellenti ornamenti. Vi sono anche storie simili, le quali perci dee saper l'Architetto.
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La Filosofia(82) forma d'animo grande l'Architetto, e fa che non sia arrogante, ma pi tosto alla mano, giusto, fedele, e quel ch' pi, non avaro; poich non si pu fare nessuna opera con puntualit, se non da chi  leale ed incorrotto. Non deve esser avido, n aver l'animo dedito a prender regali, ma con gravit sostenere il suo decoro, conservando il suo buon nome; e questo l'insegna la Filosofia. Tratta inoltre anche la Filosofia della natura delle cose, la qual parte in greco si chiama Fisiologia.
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Questa  necessario studiarsi bene, perch contiene molti, e varj trattati naturali, specialmente concernenti a condurre l'acque; perocch da' loro corsi, giri, e salite dal piano orizzontale si generano nei tubi or in un modo, or in altro dei venti, all'urto dei quali non sapr rimediare, se non chi avr dalla Filosofia appresi i principj delle cose naturali. Come parimente non potr intendere il vero senso dei libri di(83) Ctesibio, di Archimede, o degli altri, che hanno scritto di simili materie, se non chi sar stato dai filosofi istruito.
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Deve saper la Musica(84), per intendere le regole delle proporzioni canoniche e mattematiche, ed inoltre dare la giusta carica alle baliste, catapulte, e scorpioni(85): imperciocch nei capitelli a destra, ed a sinistra vi sono i buchi degli unisoni, attorno ai quali cogli argani, peritrochj, o manovelle si stirano le funi di budella, le quali non si fermano, o legano, se non quando fan sentire all'orecchio dell'artefice tuoni eguali: perciocch i bracciuoli, o bischeri cos stirati egualmente dall'una, e dall'altra parte, scoccano dritto il colpo; ma se non saranno unisoni, faranno torcere dal dritto cammino i dardi.
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Parimente nei teatri i(86) vasi di metallo, i quali si situano nelle loro piccole camere sotto i gradini con proporzione mattematica, e le differenze dei suoni, che i Greci chiamano echia, si regolano colle consonanze musicali, distribuiti poi intorno intorno nella quarta, e quinta, e nell'ottava ec. in guisa tale, che la voce del suono, che parte dalla scena, giungendo a percuotere i corrispondenti respettivi vasi, cresce col rimbombo, e va pi chiara, e pi dolce all'orecchio degli spettatori. Come anche senza le proporzioni musiche nessuno potr formare n macchine idrauliche, n altre simili(87).
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La Medicina  necessaria per conoscere, quali aspetti del Cielo, che i Greci chiamano climi, quali arie, quali acque siano sane, e quali dannose; poich, senza queste riflessioni, non si pu fare abitazione salubre.  necessario ancora, che sappia quelle leggi, che regolano i muri esteriori(88), in riguardo al giro delle grondaje, alle fogne, ed ai lumi. Lo scolo parimente delle acque, e cose simili debbono esser note agli Architetti, acciocch prima di cominciar l'edifizio prendano le dovute cautele, e non rimangano, dopo fatte le fabbriche, le liti ai padri di famiglia; ed acciocch stabilendosi i patti, restino cautelati tanto chi d, quanto chi prende in affitto: ed in fatti se i patti saranno ben espressi, rimarranno senza inganno gli uni, e gli altri(89). Per mezzo dell'Astrologia(90) si conosce l'Oriente, l'Occidente, il Mezzogiorno, il Settentrione, e tutta la disposizione del Cielo, l'Equinozio, il Solstizio, e il corso delle Stelle; e chi non sa quelle cole, non sapr n anche formar gli orologi a sole.
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Poich dunque  questa scienza adornata tanto, e piena di molte e varie erudizioni, non mi pare che possa nessuno a ragione chiamarsi Architetto di botto; ma solo chi salendo da fanciullo per questi gradi di dottrine, e nudrito della cognizione di molte scienze ed arti, giunger all'ultima perfezione dell'Architettura. Recher forse maraviglia agl'ignoranti, come si possa naturalmente apprendere tante dottrine, e ritenerle; lo crederanno per facile, se rifletteranno, che tutte le scienze hanno fra loro una corrispondenza, e comunicazione, imperciocch la scienza Enciclica, o sia universale,  composta, come un corpo intero, da tutte queste membra.
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Quindi coloro, che dalla tenera et apprendono i rudimenti di tutte le scienze, imparano queste, ed inoltre la reciproca connessione di esse tutte, e cos poi pi facilmente sanno di tutto. Pitio(91), che fu il famoso Architetto del tempio di Minerva nella citt di Palazia, dice perci nei suoi scritti, che l'Architetto deve poter fare in ogni arte, o scienza pi di quello, che han fatto coloro, i quali ne hanno con felice esito perfezionata qualcheduna in particolare colle loro industrie, e fatiche; ma questo per in pratica non si osserva.
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Non pu in fatti, anzi non deve essere l'Architetto grammatico, quanto fu Aristarco, come n anche senza lettere: non musico(92) quanto Aristossene, ma n pure ignorante affatto di musica; non pittore come Apelle, ma n meno imperito di disegno: non gi scultore come Mirone, o Policleto, ma n meno ignaro affatto della scultura: n finalmente medico, come Ippocrate, ma n pure digiuno totalmente di medicina; non eccellente in somma in ogni scienza, ma almeno non all'oscuro in nessuna.
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Non  gi per, che i soli Architetti non possano giungere alla ultima perfezione in tutte le cose, ma anche quelli medesimi, i quali specialmente posseggono una qualche arte, non tutti giungono ad ottenervi il pi sublime grado di gloria. Se dunque in ciascuna scienza i rispettivi professori, non tutti, ma appena pochi nel corso d'un secolo giungono all'eccellenza, come pu mai un Architetto, il quale deve saperne molte, fare che non solo non ne ignori nessuna, (lo che non  poco) ma che anche superi tutti quelli artefici, i quali hanno sopra una qualche arte sola impiegata con somma fatica tutta l'attenzione?
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Parmi dunque, che si sia in ci Pitio ingannato, non riflettendo che di due cose ciascuna arte si compone; della Pratica, cio, e della Teorica: di queste una essere propria di coloro, che si esercitano in quell'arte, e questa  la Pratica: l'altra comune con tutti i dotti, e questa  la Teorica. Cos egli  comune ai Medici, ed ai Musici la Teorica delle battute(93) delle vene, e del moto dei piedi: ma se occorrer medicare una ferita, o torre dal pericolo un infermo, non si chiamer gi il Musico, ma sar questo un uffizio proprio del Medico; come al contrario il Musico, non il Medico, regoler gli strumenti da suono, acciocch rendano graziosa armonia agli orecchj.
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Con gli Astrologi parimente, e co' Musici  comune il trattato della simpatia(94) delle stelle, e delle consonanze in quadrati e trini, in quarta e quinta ec. e coi Geometri quello della visione, che i Greci chiamano Trattato Ottico: e cos in tutte le altre scienze o tutte le cose, o molte sono, per quanto riguarda la Teorica, comuni; ma la Pratica, la quale si perfeziona colle mani e col lavoro,  propria di coloro, i quali si sono particolarmente incamminati per l'esercizio di un arte sola.
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Avr fatto dunque abbastanza colui, che di ciascuna dottrina sapr mediocremente la distribuzione delle parti, ed il metodo, e specialmente quelle, che sono necessarie per l'Architettura, acciocch non si perda, o smarrisca, se gli occorrer giudicare, o apprezzare qualcuna di quelle cose, o arti. Quei per, che hanno dalla natura tanto talento, ingegno, e memoria, sicch possano imparare bene e la Geometria, e l'Astrologia, e la Musica, e le altre scienze, trapassano lo stato dell'Architetto, e diventano Mattematici, e possono perci facilmente argomentare e disputare in queste scienze, perch sono armati di molte cognizioni; ma questi si trovano di rado, come furono gi Aristarco Samio, Filolao, ed Archita Tarantini, Apollonio Pergeo, Eratostene Cireneo, Archimede, e Scopina Siracusani, i quali hanno lasciate ai posteri molte invenzioni meccaniche, e gnomoniche dimostrate con ragioni numeriche, e naturali.
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Poich dunque non tutti, ma pochi hanno questi talenti per naturale acutezza, ed all'incontro l'uffizio dell'Architetto richiede l'esercizio di tutte le scienze; e per la vastit della cosa la ragione permette, che si sappiano non gi a perfezione, come farebbe il dovere, ma mediocremente, chiedo scusa da te, o Cesare, e da quelli che leggeranno i miei scritti, se alcune cose non saranno spiegate secondo l'arte dello scrivere; perch non da gran Filosofo, o erudito Oratore, o eccellente Grammatico, ma da Architetto infarinato di tali scienze mi sono ingegnato di scrivere quelle cose. Quanto per al forte dell'arte, ed alla teorica della medesima, prometto, come spero, non solo a tutti quelli che fabbricheranno, ma ai dotti ancora, di trattarla in questi libri senza dubbio con tutta la maestria.
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Capitolo 2. Di che si formi l'Architettura.
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L'Architettura(95) si compone di Ordinazione (che in greco si dice Taxis): Disposizione (i Greci la chiamano Diathesin) d'Euritmia: Simmetria: Decoro: e Distribuzione (che i Greci chiamano Economia). L'Ordinazione(96)  un misurato comodo dei membri d'una fabbrica presi separatamente, ed il rapporto di tutte le sue proporzioni alla Simmetria: si regola questa dalla Quantit (che in greco si dice Posotes): la Quantit poi  la giusta distribuzione dei Moduli(97) presi dalla stessa opera, e adattata a ogni membro di ciascuna parte della medesima.
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La Disposizione(98)  una propria situazione delle cose, ed un vago effetto dell'opera negli accordi per cagion della Qualit. Le specie della Disposizione, le quali in greco si chiamano Idee, sono la Pianta, l'Alzato, e la Prospettiva(99). La Pianta  quel disegno in piccolo fatto con compasso, e riga, secondo il quale poi si formano le figure delle Piante in grande. L'Alzato  l'aspetto della facciata, ed un disegno in piccolo colorito colle misure corrispondenti all'opera futura.
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La Prospettiva  il disegno ombreggiato della facciata e dei fianchi, che sfuggono, sicch concorrano tutte le linee visuali ad un punto(100). Tutte tre queste nascono dal Pensiero, e dall'Invenzione. Il Pensiero  una riflessione piena d'attenzione, applicazione, e vigilanza col piacere della felice riuscita nella cosa proposta. L'invenzione poi  la soluzione dei problemi oscuri, e la ragione della cosa nuova ritrovata con vivacit(101). Queste sono le parti della Disposizione.
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L'Euritmia(102)  il bello e grato aspetto cagionato dalla disposizione delle membra. Si ha, quando di dette membra corrisponde l'altezza con la larghezza, e la larghezza con la lunghezza, ed in somma tutte le cose hanno la loro giusta proporzione.
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La Simmetria(103)  un accordo uniforme fra le membra della stessa opera, ed una corrispondenza di ciascuno delle medesime separatamente a tutta l'opera intera: siccome nel corpo umano vi  Simmetria fra il braccio, il piede, il palmo, il dito, e le altre parti, cos lo stesso  anche in ogni opera perfetta. E primieramente nei tempj si cava il Modulo(104) dalla grossezza delle colonne, o dal Triglifo: nelle baliste dal buco, che i Greci chiamano Peritreton: nelle navi dallo Interscalmio, il quale li chiama Dipechaice(105) ; cos in tutte le altre opere da qualche membro si cava la misura della Simmetria.
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Il Decoro  un raffinato aspetto dell'opera, composto di cose approvate dalla ragione: questo si regola o dallo Statuto(106), che in greco si dice Thematismos, o dalla Consuetudine, o dalla Natura. Collo Statuto, quando a Giove fulminante(107), al Cielo, al Sole, ed alla Luna si fanno tempj allo scoperto, e senza tetti(108); e questo perch gli aspetti, e gli effetti di questi Dei compariscono a Cielo scoperto e lucente. A Minerva, a Marte, e ad Ercole si faranno edificj dorici, imperciocch a questi Dei convengono a cagion del loro valore edificj senza delicatezza. A Venere, a Flora, a Proserpina, ed alle Ninfe dei fonti si faranno proprj edifizj Corintj, perch riflettendosi alla gentilezza di questi Dei, parr che i lavori delicati ed ornati di fiori, frondi, e volute accrescano il proprio loro decoro.
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A Giunone, a Diana, a Bacco, e ad altri Dei di tal somiglianza si terr la via di mezzo, facendo gli edifizj Jonici, i quali saranno proprj, perch partecipano della sodezza Dorica, e della delicatezza Corintia. Sar Decoro di Consuetudine, quando ad edificj magnifici nell'interno si adatteranno anche entrate proporzionate, e magnifiche; che se l'interno sar bello, e gl'ingressi all'incontro ignobili, e rozzi, non vi sar il Decoro. Cos parimente se nei corniciami(109) Dorici si scolpiranno dentelli nella cornice: o sopra capitelli, e colonne Joniche s'intagliassero Triglifi nelle cornici, trasportando cos le cose proprie d'un Ordine in un altro, si offender la vista, poich sono gi state nei tempi addietro stabilite consuetudini diverse e proprie in ciascun Ordine(110).
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Il Decoro Naturale poi sar questo: primo se per ogni tempio si sceglieranno siti di buona aria, con fonti d'acqua sufficienti, ed ivi si fabbricheranno; e questo specialmente se i tempj saranno d'Esculapio, della Salute, o di altri Dei, colla medicina dei quali pare, che molti infermi si sanino. Imperciocch trasportando i corpi infermi da un luogo infetto in uno salubre, e dando loro l'uso anche di acque salubri, si ristabiliranno pi presto. Cos avverr, che la Divinit ingrandir con credito il suo nome per la natura del luogo.
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Parimente Decoro Naturale sar, se nelle camere, e nelle librerie si prenderanno i lumi dall'Oriente: nei bagni, e nelle stanze d'inverno dall'Occidente jemale: nelle gallerie, ed ove si richiede un lume sempre eguale dal Settentrione; perch quest'aspetto del Cielo non cresce, n scema di lume nel corso del Sole, ma resta per tutto il giorno costante, ed immutabile(111).
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La Distribuzione  il comodo uso del materiale, e la parca spesa nei lavori moderata dalla ragione. Questa si osserver, se in primo luogo l'Architetto non s'impegner in quelle cose, le quali non si possono ottenere, e mettere in esecuzione senza grande spesa. Per esempio, non in ogni luogo si trova l'arena di cava, la pietra, l'abete e il suo fusto, il marmo ec. ma quale nasce in un luogo, e quale in un altro, e queste cose non si possono avere, se non con difficolt e dispendio; perci bisogna servirsi dell'arena di fiume, o di quella di mare, ma lavata, quando manca quella di cava. Alla scarsezza dell'abete e del suo fusto si riparer con adoprare cipresso, pioppo, olmo, pino ec. e cos del resto.
Un'altra specie di Distribuzione  quella, che dispone diversamente gli edificj secondo i diversi usi dei padri di famiglia, e secondo la quantit del danaro, o la decenza delle persone d'autorit(112): imperciocch bisogna diversamente distribuire le case di citt da quelle, ove si ripongono i frutti delle ville: diversamente quelle dei negozianti da quelle dei benestanti, ed agiati: e per quei Signori, i quali entrano nel governo della Repubblica, si distribuiranno secondo il bisogno; ed in somma ogni distribuzione di casa si deve fare adattata a ciascuna persona(113).
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Capitolo 3. Delle Parti, e Rispetti dell'Architettura.
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Le parti dell'Architettura(114) sono tre, Fabbricazione, Gnomonica(115), e Meccanica. La Fabbricazione(116)  divisa in due parti, una  la situazione delle mura, e delle opere pubbliche(117); l'altra  degli edifizj privati(118). Nei pubblici si hanno tre riguardi, alla Difesa, alla Religione, ed al Comodo. Si ha riguardo alla Difesa colla forma delle mura, delle torri, e delle porte, ritrovata a proposito per resistere sempre agli assalti dei nemici. Riguarda la Religione la collocazione dei tempj degli Dei, e degli edifizj sacri
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Riguarda finalmente il Comodo la disposizione di tutti quei luoghi, che sono per uso pubblico, quali sono i Porti, le Piazze, i Portici, i Bagni, i Teatri, i Passeggj, ed altri luoghi simili, che per gl'istessi motivi si destinano nei luoghi pubblici. In tutte queste cose si hanno ad aver presenti la Fortezza, il Comodo, e la Bellezza. La Fortezza dipende dal calare i fondamenti sino al sodo, e fare senza avarizia esatta scelta dei materiali. Il Comodo dall'esatta distribuzione dei membri dell'edifizio, senza che ne resti impedito l'uso, anzi abbia ciascuno l'aspetto suo proprio, e necessario. La Bellezza finalmente dall'aspetto dell'opera, se sar piacevole, e di buon gusto, e le misure dei membri avranno le giuste proporzioni(119).
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Capitolo 4. Della scelta dei luoghi sani.
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Prima di disegnare le mura d'una citt, si dovr scegliere un luogo d'ottima aria. E questa si avr, se sar alto, non nebbioso, n brinoso, e riguardante gli aspetti del cielo n caldi, n freddi, ma temperati; ed oltre ci, se sar lontano dai luoghi paludosi: imperciocch giungendo alla citt l'aria mattutina al nascer del Sole, ed unendovisi le nebbie che sorgono, i fiati degli animali paludosi mescolati colla nebbia, spargeranno effluvj velenosi sopra i corpi degli abitanti, e renderanno infetto il luogo. Parimente se le mura saranno lungo il mare, e riguarderanno il Mezzogiorno, o l'Occidente, non saranno sane, perch d'estate l'aspetto meridiano al nascer del Sole si riscalda, ed al meriggio brucia. Similmente quel che riguarda il Ponente, al nascer del Sole s'intiepidisce, al mezzogiorno si riscalda, la sera brucia; quindi  che dalle mutazioni di caldo, e di freddo ricevono danno quei corpi, che sono in questi luoghi.
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Si pu questo osservare anche nelle cose inanimate; poich nelle cantine coperte(120) nessuno vi apre lumi da Mezzogiorno, o da Ponente, ma da Settentrione, perch questo non riceve in nessun tempo mutazione. Perci anche i granaj, che riguardano il corso del Sole, fanno subito cambiare bont a viveri, e quelle frutta, che non si ripongono in luoghi opposti al corso del Sole, non si conservano lungo tempo: perciocch il calore del fuoco toglie alle cose la consistenza, e succiando coi ferventi vapori le virt naturali, le corrompe, e le rende molli e deboli.
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Lo veggiamo anche nel ferro, il quale, bench di natura sia duro, pure arroventato nelle fornaci da fuoco veemente, si ammollisce in guisa, che facilmente si lavora in qualunque specie di figura, e quello istesso, gi tenero e rovente, se s'intigne nell'acqua fredda, s'indurisce di nuovo, e ritorna all'antica propriet. Si pu anche ricavare, che sia cos dal vedere, che d'estate non solo nei luoghi infetti, ma anche nei sani, tutti i corpi pel calore diventano deboli, e d'inverno i luoghi anche pi pestiferi diventano sani, perch col freddo si rassodano.
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Nientemeno, che i corpi, i quali si trasportano da luoghi freddi a caldi, non li possono mantenere, anzi si corrompono, ed al contrario quei, che da luoghi caldi si trasportano sotto i freddi settentrionali, per la mutazione del luogo non solo non patiscono, ma anzi acquistano fermezza. Nel situare dunque le mura, bisogna guardarsi da quegli aspetti, i quali possono spargere su i corpi degli uomini aliti caldi: perch tutti i corpi son composti degli elementi, che i Greci chiamano Stichia, i quali sono Fuoco, Acqua, Terra, ed Aria; e dalla composizione di questi con un naturale temperamento, generalmente si formano le diverse qualit di tutti gli animali del mondo. Quindi in quei corpi, nei quali soprabbonda fra gli elementi il Fuoco, questo col suo calore abbatte, e distempera gli altri.
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E questi sono quei danni, i quali cagiona il cielo riscaldato da certe parti, quando se ne insinua nei vasi aperti pi di quello, che comporta il naturale temperamento di un corpo. Parimente se nei vasi s'insinuer l'Acqua, rendendogli disuguali, gli altri elementi corrotti dall'umido si guastano, e le forze della composizione si sciolgono; quindi anche patiscono i corpi per gli freddi umidi trasportatati dai venti, e dalle aure. E finalmente col crescere, o scemare, che fa in un corpo il naturale temperamento d'Aria, o di Terra, patiscono gli altri elementi, le parti terree crescono dalla ripienezza di cibi, le parti aeree dalla corruzione dell'aria.
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Che se qualcheduno vorr pi accuratamente veder tutto ci sotto gli occhj, osservi e rifletta su la natura degli uccelli, dei pesci, e degli animali terrestri, e cos vedr la differenza dei temperamenti; imperciocch di tutt'altra composizione  la natura degli uccelli da quella dei pesci, e dei terrestri. Gli uccelli hanno di Terra e d'Acqua poco, di Fuoco alquanto, molto d'Aria; perci come composti d'elementi leggieri, pi facilmente si sollevano in aria. Ma la natura dei pesci, perch hanno mediocre Fuoco, ma per lo pi Aria, e Terra, e pochissima Acqua, fa che tanto pi facilmente si conservano nell'umido, quanto meno hanno dell'elemento dell'Acqua, e che trasportati in terra perdano con l'acqua la vita. I terrestri parimente, perch fra gl
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Che se cos , come abbiam detto, e co' nostri sensi ci assicuriamo, che i corpi degli animali(121) siano composti di questi elementi, ed abbiam fatto vedere, come quegli patiscono, e muoiono o per l'abbondanza, o per la scarsezza di questi, egli  sicuramente necessario porre tutta la diligenza nello scegliere i pi sani aspetti del cielo, giacche deve aversi a cuore, nel piantar delle mura, soprattutto la sanit. Perci stimo, che s'abbia ad aver sempre presente la regola degli Antichi.
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Questi negli animali destinati a' sagrificj, e che pascevano in que' luoghi, ove volevano situare o citt, o quartieri(122), osservavano i loro fegati: e se ne' primi si trovavano lividi, e difetti, ammazzavano degli altri, per assicurarsi se era effetto d'infermit, o di pascoli. Ove poi coll'osservazione di molti si erano accertati dalla sana, e soda natura dei fegati, dell'acqua, e dei pascoli, ivi fissavano le guarnigioni; ma se gli trovavano difettosi, argomentavano del pari, che anche ne' corpi umani diventerebbe pestifero l'uso dell'acqua, e del cibo di que' luoghi, e perci passavano oltre, e mutavano paesi, cercando sempre in ogni cosa la sanit.
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Che dai pascoli, e da cibi si conoscano le propriet sane di qualche terra, si pu argomentare, e ricavare dalle campagne dei Cretesi, che sono intorno al fiume Potereo(123), il quale  ivi fra le due citt di Gnoso, e di Cortina. A destra, ed a sinistra del fiume pascolano animali: quelli, che pascolano presso Gnoso, patiscono di milza; e quei dall'altra parte presso Cortina, mostrano non patirne. Onde ricercandone i medici la cagione, ritrovarono in quei luoghi un'erba, la quale, mangiandone gli animali, assottigliava la milza; per la qual cosa, raccogliendone, sanano con questo medicamento, che perci i Greci chiamano Asplenon(124), gli Splenetici. Da ci si pu dedurre, che il cibo, e l'acqua rendono le propriet de' luoghi o pestifere, o salutari.
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Parimente se vi sar luogo fabbricato dentro paludi, ma che queste siano lungo il mare, e riguardino o Settentrione, o fra Settentrione ed Oriente, e siano pi alte di livello, che non  il lido del mare, non  difettosa la situazione: perch  facile, col tirar dei fossi, dare all'acque lo scolo nel mare; e di pi, il mare sollevato dalle tempeste entra nella palude, e mescolandovi l'acqua amara, fa che non vi nascano animali palustri di nessuna specie, e quei, che vi sono gi, calando dai luoghi superiori vicino al lido, muoiono per l'insolita salsedine. Possono somministrarne un esempio le paludi Galliche, che sono intorno ad Altino, a Ravenna, ad Aquileja, ed altri luoghi vicini, i quali non per altro, che per quelle cagioni, sono fuor di ogni credere sani.
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Ove poi sono basse le paludi, e non hanno scolo n per fiumi, n per fossi, come sono le Pontine, stagnando s'imputridiscono, e vi esalano vapori grossolani e pestiferi. Anche nella Puglia l'antica citt di Salapia, la quale fu edificata da Diomede ritornato da Troia, o come altri scrissero, da Elsia di Rodi, fu situata in luogo tale, che gli abitanti, soffrendo continuamente gravi infermit, ricor
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Allora egli senza indugio, e fatti bene i suoi conti, compr in un luogo sano lungo il mare un podere, e richiese al Senato, e Popolo Romano, che gli permettessero di trasportarvi la citt: vi disegn le mura; e distribu il suolo a ciascun Cittadino, dandoglielo per vil prezzo. Ci fatto, aprendo la comunicazione fra il lago ed il mare, form del lago un eccellente porto per la citt. Cos ora i Salapini, non essendoli discostati pi di quattro miglia(125) dall'antica citt, abitano in luogo sano.
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Capitolo 5. Della Costruzione delle Mura, e delle Torri.
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Dappoich dunque con queste regole si sar ricercata la salubrit nella situazion delle mura, e si saranno scelti luoghi abbondanti di frutti per nudrire la popolazione: e le strade accomodate, o il comodo de' fiumi, o il traffico pel mare, renderanno facili i trasporti alla citt; allora i fondamenti delle Torri, e de' Muri si faranno in questa maniera: si caver sino al sodo, se si potr ritrovare, e sul sodo, quanto parr necessario a proporzione della grandezza dell'opera, ma di grossezza maggiore(126) di quella de' muri, che si dovranno fare sopra terra, e si riempiranno di fabbrica la pi forte.
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Le Torri (Tav. I. fig. 1.) debbono sporgere in fuori dalla parte esteriore delle mura, acciocch se mai volesse il nemico assaltare il muro, venga offeso a destra ed a sinistra dalle aperture laterali delle torri. Soprattutto dee badarsi, che non sia facile l'approccio ad abbattere il muro, ma si debbono tirare attorno dei fossi, e fare in modo, che gl'ingressi delle porte non siano diritti, ma torti a sinistra(127) (CC); perch cos riguarder il muro il lato destro degli aggressori, il quale non sar coperto dallo scudo.
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La forma della Citt non dee esser quadrata, n di angoli acuti, ma circolare(128), acciocch sia il nimico da pi luoghi scoperto; imperocch in quelle citt, le cui mura formano angoli acuti, riesce malagevole la difesa, perch l'angolo ripara pi il nemico, che il cittadino. La larghezza (Tav. I. fig. 2.) del muro (AA) stimo, che si debba far tale, che incontrandosi due uomini armati, possano passare oltre, senza che l'uno impedisca l'altro. Tutta la larghezza del muro sia attraversata da pali d'ulivo abbrustolati, quanto pi stretti si possano, acciocch le due fronti del muro, concatenate con questi pali, come con arpioni, abbiano eterna durata; perocch a questo legname non pu nuocere n intemperie, n tarlo, n antichit: ma tanto sepolto sotto terra, quanto posto nell'acqua, dura lungo tempo servibile senza difetto; perci non solo le muraglie, ma anche i fondamenti, ed altri muri, che si faranno di simile grandezza, collegati in questa maniera, non pericoleranno cos presto.
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La distanza (DD) fra le Torri deve esser tale, che non sia pi d'un tratto di saetta; acciocch se ne viene attaccata qualcheduna, possano essere rispinti i nimici da quelle torri, che sono a destra ed a sinistra con gli scorpioni, e con altri saettamenti. Parimente il muro (EE) delle torri dalla parte di dentro dee rimaner tagliato per quanto  la larghezza delle torri(129), tanto che i passaggj ed il piano di dentro delle torri siano di legno, n anche fermati con ferri. Imperciocch se il nemico avr occupata qualche parte della muraglia, i difensori la taglieranno; e se saranno pronti a farlo, gl'impediranno il penetrare nelle altre parti della muraglia, e delle torri, seppure non si volessero precipitare. Le torri dunque debbono farsi o rotonde, o poligone; poich le quadrate sono facilmente fracassate dalle macchine, perch gli arieti, percuotendo, rompono gli angoli: ma nelle figure rotonde non possono nuocere, non facendo altro che spignere verso il centro le pietre, che sono come tanti conj(130).
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E se alle fortificazioni delle mura, e delle torri si aggiungono i terrapieni(131), saranno pi sicure; perch n gli arieti, n le mine, n altre macchine potranno in conto alcuno nuocere. Non pertanto per si dee in ogni luogo alzare questo terrapieno, ma bens solo ove di fuori dal muro vi fosse un luogo eminente, dal quale si potesse per cammino piano venire ad attaccare le mura. In questo caso si hanno a fare prima fossi, quanto pi larghi ed alti si pu; cavare le fondamenta del muro sino al fondo di detti fossi, e costruirle di grossezza tale, che possa reggere il terrapieno.
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Di pi, dalla parte di dentro dee costruirsi un altro fondamento (GG) distante molto da quello esteriore; talmentech possano sopra la larghezza di quel terrapieno stare a difendersi i soldati schierati come in battaglia. Fatte queste prime fondamenta cos distanti (HH), ve ne vogliono delle altre poste attraverso, situate a guisa di pettine con denti simili a quelli delle seghe, che concatenino l'esteriore con l'interiore(132). In questo modo il gran peso del terreno, perch  diviso in piccole porzioni, e non preme tutto insieme, non potr mai diroccare le fondamenta delle mura.
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Di che materia poi si abbiano a fabbricare le mura, non si pu stabilire, perch non in ogni luogo si possono avere que' materiali, che si desiderano; ma secondo ove sono, bisogna adoprare o pietre lavorate(133), o selci, o tufo, o mattone cotto, o crudo(134): imperciocch non tutti i luoghi possono avere il muro fatto di mattone cotto, e di bitume(135) liquido, in vece di calce e arena, come in Babilonia; ma possono avere tanti simili materiali, che se ne possano fare mura perfette di durata, e senza difetto.
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Capitolo 6. Della distribuzione, e situazione delle fabbriche dentro le mura.
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Fatto che sar il giro delle mura, resta a fare la distribuzione del suolo di dentro, e la propria direzione delle strade e de' vicoli secondo i giusti aspetti del cielo. Sar propria la direzione, se li penser ad escludere da' vicoli i venti, i quali se sono freddi, offendono: se caldi, viziano; se umidi, nuocono. Onde si dee sfuggire questo difetto, e porre mente, che non succeda quel che suole accadere in molti paesi; fra questi  la citt di Mitilene nell'isola di Lesbo, la quale  fabbricata con magnificenza e bellezza, ma non  situata con giudizio.
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Quando soffia Austro, la gente si ammala: quando Maestro, tossono; e colla Tramontana si stabiliscono: ma ne' vicoli e nelle strade non si pu resistere per la veemenza del freddo. Il vento altro non , che un'onda d'aria(136), che corre con vario aumento di moto. Si genera quando il calore opera sull'umido, perch allora la violenza del calore estrae il soffio del vento. E che cos sia, si pu ricavare dalle eolipile(137) di rame, perch colle artificiose invenzioni della natura possiamo accertarci delle vere cause delle arcane operazioni del Cielo.
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Sono le eolipile vasi di rame vuoti con una bocca strettissima, per la quale si empiono d'acqua: indi si pongono al fuoco, e si osserva che prima di riscaldarsi non spirano vento alcuno; ma subito che cominciano presso il fuoco a bollire, formano un soffio violento. Cos da una piccola e breve esperienza si possono ricavare ed indagare le grandi ed incomprensibili propriet della natura, del cielo, e de' venti. Se i venti dunque si sapranno tener lontani, non solo sar salubre il luogo per gli corpi sani, ma anche se per altra cagione correranno delle infermit, le quali in altri luoghi anche sani si hanno a curare con medicina contraria, in questi si saneranno pi presso pel temperamento riparato dai venti.
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Le infermit, che difficilmente si sanano ne' luoghi sopraddetti, sono la Corizza, l'Artritide(138), la Tosse, la Pleuritide, la Tisichezza, lo Sputo di sangue, e tutti quelli in somma, i quali si sanano non col togliere, ma coll'aggiungere. Questi mali difficilmente si sanano: prima perch nascono dal freddo: secondo perch dopo che sono le forze indebolite dal male, l'aria agitata dal moto de' venti sempre pi esinanisce, e tira il succo da' corpi patiti, e gli rende pi deboli; come all'incontro l'aria dolce e grossa, la quale non soffre frequenti flussi e riflussi, e sta in un quieto riposo, aggiunge alle loro membra, gli nutrisce, e sana coloro, che sono inciampati in tali mali.
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Hanno voluto alcuni, (Tav. II. fig. 1.) che i venti non fossero, che quattro: dall'Oriente Equinoziale, il Levante: dal Mezzogiorno, l'Ostro: dall'Occidente Equinoziale, il Ponente; e dal settentrione, la Tramontana. I pi esatti ne danno otto: fra questi specialmente Andronico Cireste(139), il quale eziandio ne eresse in Atene per esemplare una torre di marmo a otto facce, in ciascheduna delle quali fece scolpire l'immagine di ciascun vento dirimpetto alla sua propria direzione; terminava la torre in un lanternino di marmo, sopra del quale situ un tritone di bronzo, che stendea colla destra una verga, accomodato in modo, che dal vento era girato e fermato dirimpetto al soffio, rimanendo colla verga sopra l'immagine di quel vento che soffiava. I venti dunque sono fra Levante ed Ostro, dall'Oriente Jemale, lo Scirocco: fra Ostro e Ponente, verso il Ponente Jemale, il Libeccio: fra Ponente e Settentrione, Maestro: fra Settentrione e Levante, Greco; ed in questo modo parmi d'aver espresso il numero, i nomi, ed i luoghi onde spira ciascun vento(140).
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Ci saputo, (Tav. II. fig. 2.) per ritrovare gli aspetti e le direzioni loro, si far in questa maniera. Si situi(141) nel mezzo della citt un piano di marmo ben livellato, o pure si spiani e si livelli quel luogo, sicch faccia le stesse veci. Nel punto di mezzo si situi uno gnomone di metallo, che facci ombra, il quale perci in greco li chiama sciatheras: si prenda, e si segni con un punto un'ora in circa(142) prima di mezzogiorno l'estremit dell'ombra dello gnomone; indi aperto il compasso fino a questo punto, che  l'estremit della lunghezza dell'ombra, con questo intervallo, e centro si descriva un cerchio. Si osservi parimente dopo mezzogiorno l'ombra di questo gnomone, la quale va crescendo; ed ove toccher la circonferenza del cerchio, sicch sar l'ombra del giorno eguale a quella della mattina, si segni un punto. Facendo centro in questi due punti, si descrivano due cerchi che s'interseghino; e per l'intersezione ed il centro di mezzo si tiri una linea sino all'estremit: questa indicher il Mezzogiorno, ed il settentrione.
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Fatto ci, si prenda la decimasesta parte di tutta la circonferenza, e fatto centro in quel punto ove la tocca la meridiana, si segnino in essa circonferenza i punti a destra ed a sinistra; cio tanto dalla parte di Mezzogiorno, quanto di Settentrione; quindi per questi quattro punti si tirino fino alla circonferenza le linee, che s'intersegano nel centro. Cos si avr un'ottava parte per l'Ostro, ed una per la Tramontana: le altre ottave parti tre a destra, e tre a sinistra si devono distribuire in tutta la circonferenza, in modo che siano otto parti eguali per gli otto venti: ci fatto, le direzioni delle strade e de' vicoli li tireranno per gli angoli fra le due direzioni de' venti; ed in questa maniera, e con questa distribuzione si verr a tener lontano dalle abitazioni, e dalle strade la molesta violenza de' venti. Che se le strade saranno tirate dirimpetto alla direzione de' venti, entrando questi dall'aperto spazio del cielo in copia e violenza grande, perch vengono a ristringersi dentro le bocche de' vicoli, si aggireranno con maggior possanza. Debbono dunque le strade essere tirate opposte alla direzione de' venti, acciocch quando questi soffiano, si frangano ai cantoni dell'isole delle case, e ribattuti si disperdano.
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Si maraviglieranno forse coloro, i quasi sanno essere molti i nomi de'venti, come da noi si sia detto esser soli otto. Ma se rifletteranno, che il giro della Terra, secondo il corso del Sole, e l'ombre dello gnomone equinoziale, e l'inclinazione della sfera, da Eratostene Cireneo fu con regole matematiche e geometriche trovato essere di duecento-cinquantadue-mila(143) stadi, i quali fanno trentuno-milioni-cinquecento-mila passi; e l'ottava parte di questo spazio, che  occupata da ciascun vento, non  men di tre-milioni-novecentotrentasette-mila-cinquecento passi: non dovranno dico maravigliarsi, se scorrendo per s grande spazio anche un vento medesimo, ne formi diversi, cambiandosi per gli urti, e per le riflessioni.
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Quindi , che a destra ed a sinistra dell'Ostro sono(144) Ostro terzo sopra Scirocco, ed Ostro terzo sopra Libeccio: (Tav. II. fig. 1.) intorno al Libeccio, Libeccio ter. s, Ostro, e Libeccio ter. s. Ponente: intorno a Ponente, Ponente ter. s. Libeccio, e ne' tempi proprj Ponente ter. s. Maestro: a' lati di Maestro, Maestro ter. s. Ponente, e Maestro ter. s. Tramontana: intorno a Tramontana, Tram. ter. s. Maestro, e Tram. ter. s. Greco: a destra ed a sinistra di Greco, Greco ter. s. Tram. e Greco ter. s. Levante: intorno al Levante, Levante ter. s. Greco, ed in tal tempo determinato Levante ter. s. Scirocco; Scirocco  nel mezzo tra Scirocco ter. s. Levante, e Scirocco ter. s. Ostro. Sonovi oltre a questi molti altri nomi, e direzioni di venti, tratti o da luoghi, o da fiumi, o da monti: come anche quelle aure mattutine, le quali sorgono al nascer del Sole, perch questo, mettendo in moto le parti sotterranee, n'estrae fuora i vapori, i quali spinti dall'impeto del Sole sorgente, formano quelle aure mattutine, le quali, se durano anche dopo nato il Sole, essendo una specie di Scirocco, i Latini le chiamano Euro; ed appunto perch si genera dalle aure, lo cominciarono i Greci a chiamare Euros. Si crede, che anche per cagion delle aure mattutine abbiano i Greci chiamato il d seguente Aurion. Sonovi alcuni, i quali negano, che abbia Eratostene potuto appurare la giusta misura del giro della terra(145).
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Ma o che sia giusta, o no, non lascia d'esser giusta la distribuzione, che abbiamo descritta della direzione de' venti; come anche  vero, che non ogni vento ha la stessa, ma chi maggiore, e chi minore violenza.
Acciocch pi chiaramente s'intendano queste cose, giacch sono state con brevit spiegate, ho stimato a proposito mettere alla fine del libro due figure, o come i Greci dicono schemata: una delle quali mostra le direzioni di ciascun vento; e l'altra il modo come si ripari a' loro soffj dannosi colle contrarie direzioni delle strade, e de' vicoli(146).
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Sia in perfetto piano (Tav. II. fig. 2.) il centro A, l'ombra dello gnomone prima di mezzogiorno in B, dal centro A colla distanza B si tiri un cerchio: riposto lo gnomone al luogo suo, si aspetti che scemi, e ricresca di nuovo l'ombra dopo mezzogiorno, e giunga ad essere eguale a quella della mattina, tocchi cio la circonferenza in C. Coi due centri B, e C si descrivono due cerchi, che si tagliano in D; e per questo punto D, e pel centro si tiri una linea fino all'estremit EF. Questa sar la meridiana, che mostra il Mezzogiorno, ed il Settentrione. Indi si prenda col compasso la decima sesta parte di tutta la circonferenza, e fatto centro in E, ove la meridiana tocca la circonferenza, questa si segni alla destra ed alla sinistra in G, e H; come parimente dal punto F si trasporti a destra ed a sinistra in I, e K, da G a K, e da H a I si tirino le linee, che passino per lo centro: cos lo spazio G, H sar del vento Ostro, e della parte meridiana, e quello fra I, e K della Tramontana. Il resto si divide ugualmente in tre parti a destra, e tre a sinistra: quelle verso Oriente ne' punti L, ed M, quelle verso Ponente in N, O; da M ad O, e da L ad N tirate le linee divideranno intorno intorno otto spazj uguali di venti.
Fatta questa figura, saranno in ciascun angolo dell'ottangolo, cominciando da Mezzogiorno fra Scirocco, ed Ostro la lettera G: fra Ostro, e Libeccio H: fra Libeccio, e Ponente N: fra Ponente, e Maestro O: fra Maestro, e Tramontana K: fra Tramontana, e Greco I: fra Greco, e Levante L, e fra Levante, e Scirocco M. Ci fatto, fra gli angoli dell'ottangolo si ponga la squadra(147) (OAH, KAN) e cos si tireranno otto(148) direzioni di strade, e di vicoli.
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Capitolo 7. Della scelta de' luoghi per usi pubblici.
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Distribuiti i chiassuoli, e disegnate le strade, si deve ora trattare della scelta propria de' suoli per uso de' Tempj, del Foro, e degli altri luoghi pubblici. Se la Citt sar presso al mare, il suolo proprio per situarvi il Foro, si sceglier vicino al porto; ma se sar dentro terra, sar nel mezzo della citt. Per gli edifici sacri, e specialmente degli Dei tutelari, o di Giove, o di Giunone, o di Minerva, dee scegliersi il luogo il pi eminente, da cui si scuopra la maggior parte delle mura: a Mercurio nel Foro, o pure, come anche a Iside, ed a Serapide, nell'Emporio: ad Apollo, ed a Bacco, presso al Teatro: ad Ercole, quando non vi fossero n Ginnasj, n Anfiteatri, presso al Circo: a Marte fuori della Citt, e specialmente presso il Campo; a Venere fuori della Porta. Questo si trova fin anche stabilito negl'insegnamenti dell'aruspicina Etrusca, che i Tempj, cio di Venere, Vulcano, e Marte si abbiano ad alzare fuori delle mura, e questo, acciocch non si familiarizzi dentro la citt co' giovani, e colle madri di famiglia la libine venerea; e tenendo lontana dalle mura la potenza di Vulcano colle preghiere, e co' sacrifici, restino le abitazioni libere dal timore d'incendio. La Deit di Marte essendo adorata fuori della citt, non vi sar guerra civile; ma anzi sar quella difesa da' nemici, e dal pericolo della guerra. A Cerere anche si destina un luogo fuori della citt, ove gli uomini non possano andarvi sempre, ma solo quando occorrer per gli sacrificj; e ci perch questo luogo si deve custodire con iscrupolosa castit, e santit di costumi: agli altri Dei tutti debbono ergersi Tempj in luoghi comodi per i sacrificj(149).
Della maniera d'edificare i Tempj, e della loro simmetria ne dar nel terzo e quarto libro le regole: perch nel secondo mi  sembrato meglio trattare prima de' materiali, che debbono prepararsi per gli edificj, esponendo quali sieno le loro propriet, ed il loro uso; ed indi partitamente in ciascun libro andar trattando della simmetria degli edificj, e degli ordini, e d'ogni specie di proporzione.
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Fine del libro primo.
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Dell'Architettura di M. Vitruvio Pollione.
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Libro secondo.
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Prefazione.
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L'architetto Dinocrate(150) fidato nel suo studio e del suo ingegno, mentre Alessandro andava impadronendosi del mondo, si port dalla Macedonia fino all'esercito, desideroso di acquistare la protezione regale. Avea egli seco dalla sua patria lettere commendatizie di parenti, ed amici a' primi Signori della corte, per ottenere pi facilmente l'accesso; ed in fatti cortesemente ricevuto, chiese d'essere subitamente introdotto da Alessandro. Gliel promisero, ma differirono un poco, aspettando occasione propria. Dinocrate, credendosi schernito, trov da se il rimedio. Era egli di grandissima statura, d'aspetto grato, e di somma bellezza e gravit. Fidatosi dunque a questi doni della natura, depose i proprj abiti all'albergo, si unse d'olio il corpo, si coron il capo di frondi di pioppo, copri la spalla sinistra di una pelle di leone; e tenendo una clava nella destra, s'incammin verso il tribunale, ove il Re amministrava giustizia. La novit, avendo fatto verso lui voltare tutto il popolo, fece che lo vedesse anche Alessandro, il quale meravigliandosene, ordin, che se gli facesse largo, acciocch si accostasse, e gli domand chi era: Sono, disse, Dinocrate architetto macedone, e ti reco idee e progetti degni della tua gloria; ho modellato(151) il monte Ato in forma di una statua virile, nella cui sinistra ho disegnato, che sia una gran citt, e nella destra una tazza, la quale riceva l'acque di tutti i fiumi, che sono in quel monte, per tramandarle al mare. Piacque l'idea ad Alessandro; ma domand subito, se vi erano intorno campagne, da poter provvedere di viveri quella citt. Avendo poi veduto, che non si poteano avere, se non co' trasporti per mare, disse: Veggo, Dinocrate, la bella composizione dell'idea, e mi piace; ma rifletto, che se qualcuno trasportasse in un tal luogo abitatori, ne resterebbe con poco onore; poich appunto come non pu un bambino appena nato nato alimentarsi senza il latte della nutrice, ne avanzarsi per i gradi dell'et; cos una citt senza campagne, e senz'abbondanza di frutti, non pu crescere, n essere popolata, n mantenervisi il popolo. Pertanto siccome stimo buona l'idea, cos biasimo il luogo, e ti voglio meco per servirmene altrove. Da quel tempo in poi stette Dinocrate appresso al Re, e lo segu fino in Egitto. Ivi avendo Alessandro osservato un sicuro porto fatto dalla natura, con una piazza mercantile eccellente, le campagne intorno per tutto l'Egitto abbondantissime di biade, ed i grandi vantaggi del fiume Nilo, ordin, che ivi situasse quella citt, che dal suo nome fu detta Alessandria. Dinocrate dunque giunse a tal grandezza colla raccomandazione del suo aspetto, e colla nobilt della persona; ma a me, o Imperatore, la natura non ha data grande statura, l'et mi ha disformato il volto, e le infermit tolte le forze: onde perch non ho nessuno di questi pregj, spero solo col mio sapere, e con questi scritti meritare la tua protezione.
Nel primo libro ho descritto l'uffizio dell'Architetto, e le leggi dell'arte, le mura, e le divisioni del suolo dentro le mura: seguirebbe ora il trattato degli edifizj pubblici; de' sacri, de' privati, e della lor proporzione e simmetria; ma non ho stimato trattarne, se non dopo d'avere spiegato i materiali de' quali si formano gli edifizj, tanto riguardo alla collegazione della struttura, quanto alla natura del materiale: come anche la propriet che hanno in opera, ed i principj naturali, de' quali si compongono le cose. Prima per di cominciare a spiegare la natura di tali cose, premetter una notizia del principio, che hanno avuto gli edifizj, e come sia cresciuta questa invenzione, seguitando le antiche orme e della natura e di coloro, che hanno lasciato in iscritto e l'origine del viver civile, ed altre invenzioni; onde esporr quanto ho appreso da questi.
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Capitolo 1. Della prima Origine delle Fabbriche.
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Gli uomini(152) anticamente nascevano al pari delle fiere nelle selve, ne' boschi, e nelle spelonche, e vi menavano la loro vita, nutrendosi di cibi selvaggj. Frattanto in un certo luogo da' venti, e dalle tempeste scossi i folti alberi, e stropicciandosi tra loro i rami, si accesero: quindi atterriti dal gran fuoco quelli che vi erano intorno, si posero in fuga: ma poco dopo, passato il romore, si accostarono pi vicino, e si accorsero, esser anzi questo un gran comodo; onde aggiungendo legna al fuoco gi quasi smorzato, e conservandolo, chiamavano gli altri uomini, mostrando loro a cenni, qual utile ricavavano da quel fuoco. In questi congressi formando gli uomini col fiato diverse voci, andavano di giorno in giorno, siccome occorreva, creando i vocaboli; nominando indi pi frequentemente le cose, cominciarono a caso a parlare, e cos formarono fra loro le lingue. Essendo cominciate dunque coll'occasione del fuoco a nascere fra gli uomini le radunanze, le assemblee, ed i conviti, e concorrendo molti in uno stesso luogo, perch a differenza degli altri animali avevano questi dalla natura, primieramente il poter camminare diritti e non boccone, e riguardare la magnificenza del Mondo, e delle Stelle, e secondariamente far colle mani e colle articolazioni tutto quel che volevano, cominciarono alcuni a fare i tetti di frondi, altri a scavare spelonche sotto i monti, ed altri ad imitazione de' nidi e delle case delle rondini a fare di fango e virgulti luoghi, sotto i quali si potessero ricoverare. Indi facendo riflessione sopra le case altrui, ed aggiungendovi di propria idea delle cose nuove, andavano alla giornata migliorando le abitazioni. E perch gli uomini sono di natura imitatrice e docile, gloriandosi ogni giorno di nuove invenzioni, dimostravano gli uni agli altri gl'inventati edifizj; ed esercitando cos l'ingegno, a gara andavano di giorno in giorno migliorando di gusto.
Al principio alzate delle forche tessevano le mura di virgulti coperti di fango. Altri fabbricavano le mura (Tav. III. fig. 2. A.) con zolle di terra secche, concatenandole con legnami; e per ripararsi dalle piogge e dal caldo, facevano le coperture di canne e frondi: ma perch queste coperture potessero resistere alle piogge dell'inverno, le fecero aguzze, e cos coprendo di loto i tetti inclinati, davano scolo alle acque. Che queste cose abbiano avuta quella origine che noi abbiam detto, lo possiamo argomentare dal veder anche oggi alcune nazioni barbare fabbricare case di queste materie; cos nella Gallia, nella Spagna, nel Portogallo, e nella Guascogna fabbricano con assicelle di rovere, e paglia. Presso i Colchi(153) nel Ponto (fig. 2. B.) per l'abbondanza delle selve abitano in chiuse formate da alberi coricati in terra a destra ed a sinistra per lo lungo distanti solo fra loro, quanta  la lunghezza degli alberi: sopra l'estremit de' detti mettono attraverso gli altri, i quali chiudono il vano di mezzo destinato all'abitazione; e cos con travi alternativi collegando tutti i quattro angoli formano le mura d'alberi, e situandoli sempre a piombo sopra gl'infimi, si alzano fino delle torri: gli spazj poi, che restano per la grossezza de' travi, gli turano di schegge e fango. Con la stessa maniera formano i tetti, traversando all'estremit degli angoli i travi di grado in grado pi corti; e cos da quattro lati alzano nel mezzo piramidi, e coprendole di frondi e fango, fanno all'uso barbaro in(154) volta i tetti (Tav. III. fig. 2. C.) delle torri. I Frigj dall'altra parte, i quali abitano in luoghi campestri, non avendo legnami per mancanza di selve, scelgono nelle campagne alcuni monticelli naturali, e votandoli nel mezzo, ed aprendovi delle comunicazioni, vi fanno quel comodo, che permette la natura del luogo; sopra per vi fanno delle piramidi con de' travicelli legati insieme, coprendole di canne, paglia, e gran quantit di terra. Con questa specie di copertura sentono caldo l'inverno, e fresco l'estate. Alcuni anche si formano le case coperte di sala palustre. E cos in molte altre nazioni, e paesi sono simili, o a un di presso le forme delle case. Possiamo osservare in Marsiglia i tetti non di tegole, ma di terra impastata con paglie: in Atene l'Areopago coperto ancora fino a d nostri di loto per memoria della sua antichit; ed in Campidoglio c'insegna e dimostra il costume antico la casa di Romolo, che  nella Rocca sacra; coperta ancora di strame. Con questi esempj dunque possiamo raziocinare e giudicare, che tali fossero state le prime origini degli edifizj. Ma facendo tutto giorno pi pratica la mano ad edificare, si perfezionarono, ed esercitando il talento con la sottigliezza, giunsero coll'abito alla cognizione delle arti, ed aggiungendovi la fatica, alcuni, che erano in ci pi degli altri applicati, si professavano artefici. Essendo dunque stati questi i primi principj; e la natura non solo avendo adornati gli uomini de' sensi, come gli altri animali, ma anche dotata la loro mente della facolt di pensare e raziocinare, sottoponendo a loro gl'altri animali tutti, dalla fabbrica degli edificj si avanzarono di grado in grado alle altre arti, e passarono dalla vita selvaggia e rustica alla docile societ. Quindi illuminata la mente, ed acquistate colla variet delle arti sempre maggiori cognizioni, prevedendo il futuro, cominciarono a fare non pi capanne, ma case edificate con mura di mattoni e di pietre, ed i tetti di travi e tegole: e cos facendo delle continue esperienze e diverse osservazioni, dalle incerte acquistarono la cognizione delle certe proporzioni di simmetria; ed osservando, che la natura somministrava a larga mano e legnami, ed ogni sorta di materiale da fabbrica, adopravangli, anzi si avanzarono col mezzo delle arti a farne degli ornamenti per piacere, e maggior comodo della vita. Tratter dunque di quelle cose, che sono atte ad adoperarsi nella fabbrica, e delle qualit e propriet, che hanno.
Ma se qualcuno volesse impugnare l'ordine di questo libro, stimando che avesse dovuto andar prima, ecco la ragione, perch non creda, ch'io abbia errato. Scrivendo io un trattato intero d'Architettura, ho stimato nel primo libro esporre di quali erudizioni e scienze debba essere questa adornata, e determinarne colle divisioni le specie, e riportarne le prime origini; e cos vi ho compreso tutto quello che si richiede in un Architetto. Se dunque nel primo ho trattato de' doveri dell'arte, in questo dovr trattare de' materiali, e del lor uso. Questo libro non tratta gi dell'origine dell'Architettura, ma de' principj delle fabbriche, e del modo come sono state le medesime migliorate, e tirate alla presente perfezione.  chiaro dunque, che secondo l'ordine questo era il luogo del presente libro. 
Ritorner ora al proposito, e tratter de' materiali, che sono atti agli edifizj, e del modo come pare, che sieno stati generati dalla natura, e con quale mistura di elementi sia temperato il loro composto, sicch io possa essere chiaramente inteso. Imperciocch nessuna specie di materiali, di corpi, o di cosa alcuna non si pu formare senza il mescolamento di questi elementi, n essere i medesimi sottoposti a' nostri sensi; n si possono, secondo gl'insegnamenti de' fisici, in altro modo spiegare le cose naturali, se non si dimostrano con sottili ragioni le cause, che sono nelle cose, come, e perch cos sieno.
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Capitolo 2. De' Principj delle cose secondo l'opinione de' Filosofi.
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Talete(155) in primo luogo fu d'opinione, che l'Acqua fosse il principio di tutte le cose: Eraclito d'Efeso, il quale per la oscurit de' suoi scritti fu da' Greci chiamato scotinos, tenebroso, il Fuoco: Democrito, ed appresso a lui Epicuro gli Atomi, che i nostri chiamarono corpi inseccabili, o indivisibili: la filosofia de' Pittagorici aggiunse all'Acqua ed al Fuoco, l'Aria, e la Terra; Democrito per, bench non abbia specificato con proprio nome queste cose, ma proposti solamente i corpi indivisibili, pure par che abbia detto lo stesso, perch quando quelli sono separati, non soffrono n danno(156), n morte, n divisione, ma ritengono eternamente un'infinita solidit. Poich dunque pare che dall'unione di questi si formino e nascano le cose, e queste sono state dalla natura distinte in infinite specie, ho stimato necessario trattare della loro variet, delle differenti propriet, e degli usi che hanno negli edifizj, acciocch essendo note, non errino quei che si preparano a fabbricare, ma provvedano materiali atti e proprj per la loro fabbrica. 
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Capitolo 3. De' Mattoni.
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Tratter prima de' mattoni e della terra, della quale si hanno a formare. Non debbono dunque essere di terra arenosa, pietrosa, o sabbionosa; perch di questa materia in primo luogo riescono pesanti: in secondo quando sono bagnati dalle piogge su per le mura, si sfarinano(157), e si stemperano, perch le paglie, che vi si mescolano, non vi fanno lega per l'asprezza. Si hanno perci a fare di terra bianchiccia cretosa, o rossa, o di sabbione maschio; perciocch queste due specie di terra per la loro pastosit(158) hanno consistenza, non sono pesanti, e conseguentemente anche si maneggiano con facilit nel porli in opera. Si debbono formare di primavera, o d'autunno, acciocch si vadano seccando sempre con un medesimo grado: imperciocch quelli, che si fanno nel solstizio, sono difettosi, perch il sole colla sua gagliardia cuoce subito la scorza di fuori, e gli fa parere secchi, ma poi sono internamente umidi; onde quando asciugandosi si ritirano, rompono quel che era gi secco, e cos crepati diventano per conseguenza deboli.
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I pi atti perci saranno quei fatti gi due anni innanzi, perciocch non possono prima di questo seccarsi perfettamente; quindi , che quando si adoprano freschi, e non ben secchi, mettendovi sopra l'intonacato, assodato ch'egli sar, perch i mattoni nel ritirarsi non possono rimanere nella stessa altezza dell'intonaco, si smuovono col ritiramento, e se ne distaccano. L'incrostatura poi cos separata dalla fabbrica, non pu per la sua sottigliezza da se sola reggere, e si rompe; ed alle volte con questo ritirarsi patisce fin anche lo stesso muro. Perci gli Uticesi non adoprano nelle fabbriche, se non mattoni secchi fatti gi da cinque anni, ed approvati dal magistrato.
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Le specie de' mattoni sono tre: (Tav. III. fig. 1.) una, che i Greci dicono Didoron(159), ed  quello che i nostri adoprano, lungo un piede, e largo mezzo (D); le altre due, colle quali fabbricano (Tav. III. fig. 1.) comunemente i Greci, sono Pentadoron (A), e Tetradoron (C). Doron chiamano i Greci il palmo, perch Doron si chiama il dono; e questo si fa sempre colla palma della mano. Pentadoron perci si chiama il mattone largo per tutti i lati cinque palmi; Tetradoron quello di quattro: le opere pubbliche si fanno di Pentadori, di Tetradori le private. Si fanno poi oltra di questi i mezzi mattoni(160) compagni, perch quando si adoprano, si fa una fila(161) di mattoni, ed una di mezzi: e cos alzandosi da una parte e dall'altra a livello le due facce di muro, si collegano insieme; e questi mattoni cos posti, venendo accadere alternativamente in mezzo sopra le commessure, fanno da ambe le parti sodezza, e bellezza.
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Nella Spagna ulteriore vi  Calento: nella Gallia, Marsiglia; e nell'Asia, Pitane, luoghi, ove i mattoni quando sono gi secchi, gettati nell'acqua, stanno a galla. Il poter galleggiare nasce dall'esser la terra, della quale son fatti, pomicosa; ed essendo cos leggiera, rassodata che  dall'aria, non riceve, n attrae punto umore. Essendo dunque quella terra di propriet leggiera e rada, n permettendo, che vi penetri l'umido, di qualunque mole sia,  costretta dalla sua natura ad andare a galla, come la pomice. Perci questi mattoni sono di grandissimo uso, si perch non riescono pesanti nelle fabbriche, si perch fatti che sono, non si stemperano dalle piogge.
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Capitolo 4. Dell'Arena.
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Nelle fabbriche di cementi(162) pi che in altre si ha da badare all'arena, cio che sia atta a far la calcina, e che non sia mescolata con terra. Le specie dell'arena fossile sono la nera, la bianca, la rossa, ed il carboncolo. Di queste tutte la migliore  quella, che stropicciata fra le mani scroscia, perch quella, che  terrosa, non ha quest'asprezza; o pure quando versata sopra un vestito bianco, indi scossa e gettata via, non isporcher la veste, n vi lascer terra.
Ove poi non si trovassero cave d'arena, allora si raccoglier e cerner quella de' fiumi, o la ghiara. Pu anche servire l'arena del mare: questa per in opera ha il difetto, che difficilmente secca; e di piu non si possono susseguentemente caricare le mura, se non si lasciano di mano in mano riposare, n a proposito  per le volte.
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Ha pure questo di pi l'arena di mare, che cacciando fuori della salsedine(163), scrosta l'intonaco delle mura. Quella di cava all'incontro si secca pi presto, durano gl'intonachi, e reggono le volte, specialmente se  stata di fresco cavata; imperciocch se star molto allo scoperto, il sole, la luna, e la brina la stemperano, e la fanno terrosa: allora poi se si adopra, non fa lega colle pietre, le quali perci sdrucciolano e cadono, onde le mura cos fatte non possono sostener peso. Bench per l'arena di cava sia tanto buona per la fabbrica, pure non serve nell'intonaco, perch a cagion della sua grassezza, la calcina mescolata colla paglia non pu per la gagliardia seccarsi senza crepature; ed all'incontro quella di fiume a cagion della magrezza, battuta a guisa di smalto(164) co'mazzapicchi, fa durissimo l'intonaco.
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Capitolo 5. Della Calcina.
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Essendosi spiegata la qualit dell'arena, devesi anche usar tutta la diligenza, acciocch la calcina parimente sia buona, fatta cio da pietra bianca, o selce; con avvertenza per, che quella di pietre fitte e dure  migliore per la fabbrica, ma per l'intonacatura  meglio quella di pietre porose.
Spenta che sar, si stempera una parte di calcina con tre di rena, se sar questa di cava: ma con due, se di fiume, o di mare; essendo questa la giusta proporzione. Che se nella rena di fiume, o di mare si mescoler una terza parte di mattone pesto e cernuto, verr la calcina di assai miglior tempra e forza. Il perch poi faccia forte masso la calcina impregnata d'acqua, e di rena, nasce dall'essere le pietre, come tutti gli altri corpi, composte(165) pur esse d'elementi: onde quelle, che hanno maggior porzione d'aria, sono tenere: morbide per l'umido quelle d'acqua: dure quelle di terra; e fragili quelle di fuoco.
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Da ci nasce, che le stesse pietre, se prima di cuocersi li stritolano, e mescolate coll'arena si adoprano nella fabbrica, non solo non la fortificano, ma non possono neppure reggerla: quando che queste stesse poi gettate nella fornace, se avranno per la veemenza del fuoco perduto il vigore dell'antica sodezza, restano bruciate, e spossate le forze con larghi e voti buchi; ed essendo estratti ed esausti e l'umido, e l'aria che stavano nel corpo della pietra, conservandovisi solo rinchiuso il calore, tuffata che  la pietra nell'acqua, e prima che n'esca il fuoco, concepisce vigore, e bolle per l'umido che penetra ne' pori voti, raffreddandosi poi, scaccia dal corpo della calcina il calore. Ond' che pur le pietre cacciate dalla fornace non conservano pi il peso, che avevano prima d'esservi gettate; ma pesandosi si trover, che quantunque conservino la stessa mole, pure saranno scemate per la terza parte del peso a cagion dell'umido consumato. Essendovi dunque questi buchi, e questi pori aperti, ivi s'intromette l'arena e vi fa lega, e seccandosi fa lega anche colle pietre, rendendo con ci forte la fabbrica.
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Capitolo 6. Della Pozzolana.
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Evvi una specie di polvere(166), che fa effetti naturali meraviglioso. Si trova ne' contorni di Baja, e ne' territorj de' municipi, che sono intorno al Vesuvio(167); mescolata in somma di calcina e pietre, fa gagliarda non solo ogni specie di fabbriche, ma particolarmente quelle, che si fanno in mare sotto acqua(168). Par che questo venga, perch sotto quei monti, e quelle terre s'incontrano spesse sorgive d'acque calde, le quali non vi sarebbero, se non vi fossero anche sotto gran fuochi ardenti di zolfo, d'allume, o di bitume: i quali fuochi, penetrando per gli meati, e bruciando, rendono leggiera quella terra; onde il tufo ancora, che ivi nasce,  asciutto e senza umido. Quindi  dunque, che quando queste(169) tre cose, le quali sono state tutte nella stessa maniera formate dalla violenza del fuoco, vengono ad essere mescolate insieme, ricevendo di botto l'umido, si condensano; ed indurite dallo stesso umido, si rassodano tanto, che non pu scioglierle n l'onda, n qualunque impeto d'acqua.
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Che vi sia il fuoco in que' luoghi, si pu anche ricavare dal vedersi ne' monti di Cuma, e di Baia delle grotte cavate per uso di stufe, nelle quali il gran vapore, che esce dal fondo, trafora per la veemenza del fuoco quella terra, dalla quale poi uscendo, sorge in que' luoghi, i quali sono perci di sommo uso per sudare. Si narra parimente, essersi anticamente acceso il fuoco sotto il Vesuvio, e bollendo essersi versato, inondando, per le vicine campagne(170): onde quella pietra, che si chiama ora spugna, o sia pomice Pompejana, pare che sia stata un'altra sorta di pietra ridotta poi dal fuoco a quella qualit; tanto pi, che quella sorta di spugna non si trova gi in tutti i luoghi, ma solo intorno all'Etna, ed a' colli di Misia, chiamati da' Greci Catacecaumeni, o in altri luoghi, ma di simile natura(171). Se dunque in questi tali luoghi s'incontrano sorgenti d'acque bollenti, e nelle grotte vapori caldi; e vi  inoltre memoria d'essere stati in quelle campagne diversi Vulcani, sembra che non possa pi dubitarsi, avere la violenza di que' fuochi estratto da quel tufo, e da quelle terre l'umido, siccome fa alla calce nelle fornaci. Prese dunque insieme cose simili ed eguali, e fattane una massa, ne segue, che essendo asciutte dal fuoco, s'imbevono ad un tratto dell'acqua, e bollono per cagion del calore ivi nascoso; onde vengono a congiungersi strettamente, ed a concepire nello stesso tempo subito la durezza.
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Rimane la curiosit di sapere, perch trovandosi anche nella Toscana frequenti sorgenti d'acque calde, non si trovi altres questa polvere, colla quale s'induriscano nella stessa maniera le fabbriche fatte sott'acqua? Perci prima d'esserne domandato, ho stimato dover dire su di ci la mia opinione. Non in ogni luogo, o clima nasce l'istessa specie di terra o di pietra; ma ove sono terrosi, ove sabbionosi, ove ghiarosi, ove arenosi, ed in ogni luogo in somma diversi e di specie dissimili, come sono le qualit della terra ne' diversi climi. Serva d'esempio il monte Apennino, ivi ove passando per l'Italia, circonda la Toscana, si trova quasi in ogni luogo l'arena di cava; ed all'incontro da quella parte dello stesso Apennino, che riguarda il mare Adriatico, non se ne trova(172) niente: anzi di pi, nell'Acaja, nell'Asia, e generalmente di l dal mare, non se ne sa neppure il nome. Non  dunque argomento, che in tutti quei luoghi, ove nascono molte sorgenti d'acque calde, si abbiano a trovare per conseguenza gli stessi materiali; ma bens tutte le cose si trovano dalla natura separatamente prodotte non secondo il desiderio degl'uomini, ma a caso. Ove dunque i monti non sono terrosi, ma pietrosi, ivi la forza del fuoco, passando per gli suoi meati, riscalda quella materia; e quella, che  molle e tenera, la brucia: quella che  dura, la lascia. Quindi la terra della Campagna, bruciata, diventa cenere; e quella della Toscana, cotta, diventa carbone. Ambedue quelle terre per altro sono ottime per la fabbrica: ma una  buona solo negli edifizj terreni, l'altra anche nelle fabbriche marittime; poich ivi la qualit della materia  pi tenera del tufo, ma pi dura del terreno, onde bruciata dalla violenza del fuoco di sotto, diventa quella specie di rena, che li chiama Incarbonchiata. 
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Capitolo 7. Delle Cave di Pietre.
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Ho parlato della calcina, e dell'arena, e delle loro diverse qualit; seguita per ordine il trattato delle cave di pietre, dalle quali si estraggono e si trasportano tutte le pietre, che necessarie sono per le fabbriche, tanto cio le quadre, quanto i cementi. Ve ne sono dunque di diverse qualit: imperciocch alcune sono molli, come lo sono intorno Roma le rosse, le Palliesi, le Fidenate, le Albane: altre mezzane, come sono le Tiburtine(173), le Amiternine, le Sorattine, ed altre simili; sonovi finalmente le dure, come sono le selci. Evvene anche di molte altre specie, come sono il tufo nero, e rosso nella Campagna; e nell'Umbria, nel Piceno, ed in Venezia il bianco, il quale fin anche si sega colla sega dentata ad uso di legno. Tutte le specie molli hanno questo di buono, che queste pietre estratte che sieno, si mettono con facilit in opera, e se stanno in un luogo coperto, reggono ogni peso, ma se allo scoperto, oppresse dalle gelate e dalle brine, si stritolano e si sfarinano; come ancora presso le spiagge marine, rose dalla salsedine, si disfanno, oltrech non resistono neppure a' gran caldi.
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Le Tiburtine per, e quelle che sono della stessa specie, resistono ad ogni ingiuria di peso e di tempo: solo bisogna guardarle dal fuoco, perch subito che ne son tocche, scoppiano e si scheggiano, essendo di natural temperamento non troppo umido, ed hanno poco di terra, molto all'incontro d'aria e di fuoco; onde  che trovandosi in esse poca terra ed acqua, il fuoco facilmente penetra l'interno, e scacciatane colla sua violenza l'aria, occupa i meati voti, vi prende forza, e comunica loro la sua calda qualit. Sonovi ancora molte cave ne' confini de' Tarquiniesi, dette Aniziane, di colore simile alle Albane; si tagliano le migliori presso il lago Vulsinese, e nella Prefettura Statoniese. Queste veramente hanno molte buone propriet; imperciocch loro non nuoce n forza di gelate, n veemenza di fuoco, ma sono dure, e resistono lungamente, e ci perch per naturale temperamento hanno poco d'aria, e di fuoco, mediocremente d'acqua, molto di terra: cos essendo di natura ben compatta, non ricevon impressione n d'intemperie, n di fuoco. Si pu ci ricavare da que' monumenti, che sono presso Ferenti, fatti gi di questa pietra; imperciocch vi sono delle statue grandi fatte a meraviglia, delle statue(174) piccole, de' fiori, ed acanti assai bene scolpiti, i quali lavori, per vecchi che sieno, sembrano cos freschi, come se fatti da poco. Oltre a ci, di quella pietra fanno fino le forme i gettatori pei getti di metallo, riuscendo loro molto comode; e se quelle pietre si cavassero vicino a Roma, meriterebbero d'essere adoprate in tutti i lavori.
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Ma poich la vicinanza obbliga ad adoperare delle pietre rosse, delle Palliesi, o altre simili che sono presso Roma, per servirsene senza pericolo, dovranno prima cos prepararsi. Due anni avanti di cominciar la fabbrica, si tagliano quelle pietre in tempo d'estate, non d'inverno, e si lasciano giacere in luoghi aperti: quelle, che dopo i due anni si troveranno patite, serviranno dentro i fondamenti; e le altre, che non saranno offese, come approvate dalla natura, si potranno adoprare, e resisteranno nelle fabbriche sopra terra. Questo metodo si ha da tenere non solo nelle pietre di lavoro, ma anche pei cementi.
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Capitolo 8. Delle specie di fabbriche.
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Le specie delle fabbriche(175) sono queste: (Tav. III. fig. 1.) l'Ammandorlata L, la quale comunemente ora  in uso; e l'Antica, che si chiama Incerta I. Di queste l'Ammandorlata(176)  certamente pi bella, ma  anche pi sottoposta a fendersi, perch non ha n letto stabile, n forte legatura; (Tav. III. fig. 1.) nell'Incerta all'incontro, perch giacciono le pietre(177) l'una sopra l'altra, e sono fra loro legate alla confusa(178), fanno la fabbrica non bella gi, ma pi forte dell'Ammandorlata. Ambedue queste fabbriche bens si hanno a fare di pietre piccolissime, acciocch l'abbondanza della calcina renda pi dura la fabbrica: poich le pietre, che vi si adoprano, essendo tenere e porose, seccandosi attraggono l'umido della calcina: onde col metterne in abbondanza, il muro, avendo maggior umido, non si seccher cos presto, e sar meglio congiunto: perch subito che sar stato l'umido della calcina assorbito da' pori delle pietre, si separa la calce dall'arena, e si scioglie; onde n anche le pietre possono farvi presa, e perci debbono queste mura col tempo rovinare. Che sia cos, pu vedersi in alcuni monumenti, che sono presso Roma, fatti di marmo, o di pietre lavorate al di fuori; e perch il di dentro in mezzo  riempiuto di frombole, essendosi col tempo seccata la calcina, e snervata per la porosit delle medesime, si smuovono, e con ci sciogliendosi le commessure, rovinano.
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Ma se non si vorr inciampare in questo difetto, il vuoto rimasto in mezzo fra le due fronti si ha a riempire di pietra rossa lavorata, o di mattone, o di selce ordinaria, e fare le mura di due piedi, e collegare le fronti con ramponi di ferro impiombati(179): cos non essendo la fabbrica fatta alla rinfusa, ma con regola, potr durare lungamente senza difetto; perch i letti, e le commessure combaciano fra loro, e tenendo legata la fabbrica, non ispingono, n potranno far rovinare le fronti cos legate fra loro. Per la stessa ragione non  da disprezzarsi la fabbrica de' Greci, perch non si servono di cementi fragili; ma nelle fabbriche, che non richiedono pietre quadrate, adoprano selce, o altra pietra dura, e fabbricandole a uso di mattoni, legano le loro commessure con filari alternativi; e cos fanno fabbriche di lunga durata.
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Sono le loro fabbriche ordinarie(180) di due specie, una si chiama Isodoma G, l'altra Pseudisodoma H. Isodoma si dice, quando tutti i filari saranno fatti d'uguale grossezza; Pseudisodoma poi, quando gl'ordini de' filari saranno disuguali. Sono ambedue queste fabbriche forti, prima, perch le pietre stesse sono compresse e dure, onde non possono succiarsi l'umido della calcina, anzi la conservano per lunghissimo tempo umida; e inoltre giacendo i letti a livello ed orizzontalmente, non ne cade la calcina, ed essendo di pi collegato il muro per tutta la sua grossezza, dura eternamente.
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L'altra specie  quella, (Tav. III. fig. I.) che chiamano Emplecton(181) M, Riempiuta, della quale si servono anche i nostri contadini; in questa si puliscono solo le facce esteriori, ed il rimanente dell'interno si riempie di pietre, tali quali si trovano, legate a vicenda colla calcina. I nostri veramente, che badano alla sollecitudine, alzano le due fronti pulite, e nel mezzo gettano alla rinfusa frombole e calcina; vengono cos ad alzarsi in questa fabbrica tre suoli, due cio delle fronti, ed una della riempiuta di mezzo.
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Non fanno per cos i Greci, ma fabbricano anche il di dentro con pietre spianate, e vanno con reciproche morse legando la larghezza de' muri per tutta la loro lunghezza: onde non riempiono gi a caso il mezzo, ma con quei loro frontati(182), o siano morse fortificano tutto il muro, quanto  largo, come se fosse uno; oltrech vanno frammischiando di quando in quando tali di queste morse, che prendono tutta la larghezza da una fronte all'altra, ed essi chiamano Diatoni NN; le quali, servendo d'una gran lega, raddoppiano la fortezza del muro. Da questi miei scritti dunque potr, chi vorr ricavare, e scegliere quella specie di fabbrica, che sar di molta durata; imperciocch quelle, che sono di pietra tenera e di gentile e bello aspetto, non possono stare lungo tempo senza rovinare. Quindi , che quando si prendono gli arbitri ad apprezzare muri esteriori(183), questi non gli apprezzano gi per quanto costarono quando furono fatti; ma dopo trovato delle scritture il tempo dell'appalto, deducono dal prezzo l'ottantesimo per ogni anno gi scorso, ed ordinano, che si paghi per queste mura quella porzione che resta, considerando che non possono tali fabbriche durare pi d'ottanta anni.
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Non  cos poi nelle mura di mattoni, perch basta che si veggano reggere a piombo, non ne detraggono niente, e l'apprezzano sempre per tanto, quanto valevano quando furono fatte. Quindi si veggono in molte citt tanto le fabbriche pubbliche, quanto le private, e fin anche le reali fatte di mattoni. Tale in Atene  il muro, che riguarda il monte Imetto, ed il Pentelese; tali le mura delle case. Ne' Tempj di Giove, e d'Ercole le celle sono di mattone, mentre le colonne ed i corniciami del di fuori sono di pietra. Tale  in Italia l'antico muro d'Arezzo superbamente fatto. Tale presso i Tralli la casa de' Re Attalici, la quale ora si concede a colui, che amministra il Sacerdozio della citt. Da alcune mura di Sparta furono con tagliare i mattoni segate le pitture che vi erano, ed in casse di legno trasportate nel Comizio a nobilitare l'edilit di Varrone, e Murena. La casa di Creso, la quale poi avendola i Sardiani destinata per riposo de' vecchi cittadini,  stata come Collegio d'Anziani chiamata Gerusia. Parimente la casa di Mausolo, potentissimo Re d'Alicarnasso, bench ha tutti gli ornamenti esteriori di marmo proconessio, le mura per sono di mattoni, e mostrano sino a' d nostri una gran fermezza; l'intonaco poi  cos liscio, che ha un lustro, come di specchio. N ci fece quel Re per mancanza, essendo ricco d'entrate, come Principe di tutta la Caria; e che all'incontro egli sia stato di talento, e d'abilit in materia d'edifizj si ricava da questo.
Nacque in Milasi, e pure avendo notato in Alicarnasso un luogo naturalmente fortificato, opportuno al commercio, e comodo porto, ivi edific il suo palazzo.  quel luogo simile ad un teatro: nel fondo vicino al porto sta situato il(184) foro: nel mezzo del circuito verso l'alto evvi una ben larga piazza, nel mezzo della quale  il Mausoleo numerato per l'eccellente lavoro fra le sette meraviglie del mondo: nel mezzo del castello superiore evvi il tempio di Marte colla sua statua colossale, che chiamano Acroliton, opera dell'eccellente Telocari(185); alcuni per altro la stimano di Telocari, altri di Timoteo. Alla punta del lato destro sta il Tempio di Venere, e di Mercurio, presso il fonte di Salmacide. Di questo fonte corre la falsa voce, che attacca il morbo venereo a quei che ne bevono: non dispiacer per sentire, come siasi questa voce falsamente sparsa; non solo dunque non pu essere, come si dice, che quell'acqua facesse diventar effeminati ed impudichi, ma anzi  un'acqua chiara e d'ottimo sapore. Il fatto , che quando Melante, ed Arevania trasportarono col una colonia da Argo, e da Trezzene, ne scacciarono i barbari abitanti Cari, e Lelegi; questi, fuggiti sopra i monti, vi si univano, e facevano scorrerie e latrocinj, devastando quelle campagne. A capo di non so quanto di tempo, uno degli abitanti fabbric presso quel fonte, allertato dalla bont dell'acqua, una taverna, e per negozio la provvide d'ogni bisognevole, allettandovi in tal guisa quei barbari; cos capitandovi questi o a uno a uno, o a truppe, cambiavano l'aspro e feroce costume spontaneamente, e andavano acquistando l'umanit e gentilezza de' Greci. Di qu nacque, che l'acqua acquist quel nome, non gi per l'attacco di quel male impudico, ma per la dolcezza ed umanit, per mezzo della quale si erano ammolliti gl'animi di quei barbari. Mi rimane ora, giacch vi sono entrato, a finire la cominciata descrizione della citt.
Siccome alla destra  il tempio di Venere, e la mentovata acqua, cos dalla parte sinistra vi  il palazzo reale, costruttovi dal Re Mausolo; il quale a destra riguarda il foro ed il porto, e tutto il ricinto delle mura; a sinistra ha un porto separato nascoso sotto i monti, in modo che nessuno pu n vedere, n saper quel, che vi si fa, ma il Re solo dalla sua casa comanda quel, che fa d'uopo a' marinari, ed a' soldati. Quindi avvenne, che dopo la morte di Mausolo, rimasta a regnare Artemisia sua moglie, i Rodiotti, avendo a male che una donna comandasse a tutte le citt della Caria, partirono con un'armata navale per occupare quel regno. Saputosi ci da Artemisia, ordin, che la sua squadra, ed i suoi marinari restassero in detto porto ascosi, i soldati della marina pronti, e tutti gli altri cittadini sulle mura. Quando i Rodiotti fecero accostare al porto maggiore la lor ben guernita squadra, ordin, che si facesse applauso dalle mura, e si promettesse di consegnare la citt; or essendo quelli entrati gi dentro le mura, lasciando vote le navi, Artemisia, fatto aprire ad un tratto il canale, cacci fuori dal porto minore la squadra, ed entr nel maggiore, e sbarcati i soldati ed i marinari, ne fece menare in alto mare la squadra de' Rodiotti rimasta vota. In questo modo i Rodiotti, non avendo pi ove ritirarsi, chiusi in mezzo, furono nello stesso foro tagliati a pezzi. Fatto ci, Artemisia, avendo imbarcati i soldati, e i marinari suoi sopra le navi de' Rodiotti, and a Rodi. I Rodiotti, vedendo ritornare le loro navi laureate, credendosi di ricevere i cittadini vittoriosi, accolsero i nimici. Cos Artemisia prese Rodi; ed uccisi i Capi, v'innalz un trofeo della sua vittoria, consistente in due statue di bronzo, una delle quali rappresentava la citt di Rodi, l'altra la sua persona Reale, la quale teneva oppressa la citt. Col tempo poi i Rodiotti, essendo dalla religione vietato togliere i trofei innalzati, non potettero far altro, che circondarli di fabbrica, la quale innalzata, la coprirono secondo l'uso Greco, acciocch non si vedessero da nessuno, e le posero il nome di Abaton, cio impenetrabile. 
Se dunque i Re di tanta grandezza non isdegnarono fabbriche di mattoni, essi che potevano e per l'entrate, e per le prede farle non che di pietra semplice o quadrata, ma fino anche di marmo; non istimo, che si possano riprendere le fabbriche di mattone, purch siano ben fatte. Perch per altro sia proibito a' Romani di farne dentro la citt, eccone le cagioni e le regole. Le leggi pubbliche non permettono, che le grossezze de' muri(186) esteriori sieno pi d'un piede e mezzo; per conseguenza poi anche gli altri muri si fanno della stessa grossezza, acciocch non rimangano stretti i vani: ora i muri di mattoni, se pur non sono a due o a tre ordini, ma larghi solo un piede e mezzo(187), non possono sostenere pi che un palco solo. Quindi in quella grandezza di citt, e numero infinito di cittadini, bisognando fare anche infinite abitazioni, n potendo il suolo dare comoda abitazione dentro le mura a tanta moltitudine, la cosa stessa obblig a ricorrere al soccorso dell'altezza delle fabbriche: quindi , che alzandosi o pilastri di pietre, o fabbriche di coccj, o mura di sassi, e concatenandosi da frequenti travature, si hanno ora i gran comodi de' cenacoli(188), e le belle vedute; cos moltiplicati e i palchi e le logge, viene il popolo Romano coll'altezza ad avere comoda abitazione senza imbarazzi. Saputasi ora la ragione, perch non si permettono dentro la citt, a cagion della strettezza del luogo, i muri di mattone,  necessario sapere, come si hanno questi a fare, volendosi adoprare fuori della citt, affinch sia la fabbrica forte e di durata.
Sulla sommit del muro sotto il tetto si far un suolo di fabbrica di coccj alto un piede e mezzo in circa, e vi si far anche il cornicione col gocciolatojo, e cos si riparer a' danni possibili. Perch se mai saranno rotti o portati via dal vento i tegoli del tetto, onde possa scolare l'acqua piovana, l'armatura de' coccj non la far penetrare sino ad offendere i mattoni; e dall'altra parte lo sporto della cornice far cadere le gocce di l dal piombo del muro, e cos verranno a conservarsi sane le fabbriche di mattoni. Per conoscere poi quali cocci siano buoni, quali n a questa fabbrica, non si pu saper subito; ma quando si osserver, se resiste il tegolo su i tetti d'inverno e d'estate, allora si giudicher buono: mentrech quei, che non sono di creta buona, ovvero non ben cotti scuoprono alle brine ed alle gelate i difetti: onde quelli, che non resistono sopra i tetti, molto meno potranno resistere al peso messi nella fabbrica. I muri dunque fatti di tegoli vecchi saranno sempre i pi forti.
Gl'Intelajati(189) poi vorrei, che non fossero stati nemmeno inventati; imperocch quanto giovano e per la facilit e pel comodo, altrettanto poi riescono di maggiore e pubblico danno, perch sono anche facili ad incendiarsi come fascine. Meglio  dunque colla spesa di mattoni essere in isborso, che col risparmio degl'Intelajati essere in pericolo: oltrech quelli, che sono anche intonacati, fanno delle crepature per cagion de' travicelli dritti e traversi, che vi sono; imperciocch questi bagnati si gonfiano pell'umore, che ricevono, asciugandosi poi si ritirano, e cos , che fendono l'intonaco. Ma se mai o la fretta, o il bisogno, o il rimedio in un luogo fuori di squadra(190) obbligasse a ricorrervi, si far allora in questo modo. Si alzer sotto un sodo, acciocch non restino offesi dal calcinaccio(191), n dal pavimento; poich se mai fossero seppelliti in quelli, col tempo marciranno, e cos sbassandosi piegansi, e fracassano per conseguenza l'intonaco.
Ho trattato delle mura, e generalmente dell'apparecchio del loro materiale, e delle propriet buone e cattive di esse, per quanto meglio ho potuto. Tratter ora delle travature, e del loro materiale, come anche del modo, come si prepari, acciocch duri lungo tempo, tutto secondo le regole della natura medesima. 
 Capitolo IX. Del Legname.
Il legname si ha da tagliare dal principio d'autunno fino a che non cominci a soffiare Favonio(192); di primavera n, perch tutti gl'alberi sono pregni, e tutti comunicano il proprio vigore alle frondi, ed alle frutta annuali. Essendo perci, secondo il corso della stagione, vuoti e gonfj, diventano spossati e deboli per la troppo porosit; appunto come i corpi femminini non si stimano sani dal tempo del concepimento sino al parto, e generalmente quei corpi, che si espongono alla vendita, non sono assicurati per sani, quando sono gravidi: perch il feto, che va crescendo dentro un corpo, tira a se nutrimento da tutti i cibi, tanto che, quanto pi si accosta alla maturit il parto, tanto men sano rimane quello, da cui  generato. Quindi anche avvien che mandato fuori il parto, rimanendo libero per la separazione del feto quello, che si distraeva prima in una diversa specie di crescenza, se lo ripiglia ripiglia il corpo, ed impregnando di succo i voti e larghi vasi, si fortifica, e ritorna all'antica naturale fermezza. Cos avviene ancora, che nel tempo d'autunno, maturati gi i frutti e seccate le frondi, le radici tirano dalla terra il succo, si ristabiliscono, e ricuperano l'antica robustezza; la forza poi dell'aria d'inverno gli ristringe, e fortifica per tutto quel tempo, come abbiam detto di sopra. Perci dunque se si taglia il legname nel modo e tempo detto di sopra, sar a proposito. 
Il taglio poi deve essere in modo, che resti intaccata la grossezza dell'albero sino alla met del midollo; acciocch gocciolandone il succo si secchi; cos quell'umore inutile, che vi , uscendosene per la spugna(193), non far rimanere in esso putredine, n guastare il legname. Quando poi sar secco l'albero, senza pi gocciolare, allora si abbatte, e cos sar d'ottimo uso. Che sia cos, si ricava anche pi chiaramente dagli arbusti. Questi, quando a tempo proprio sono bucati presso il fondo, e cos in un certo modo castrati, mandano fuori per quei buchi dalle midolle tutto il restante difettoso umore, ed in tal maniera seccandosi acquistano fermezza e durata; all'incontro ove gli umori non hanno scolo, rappigliandosi dentro gl'alberi, vi s'imputridiscono, e gli rendono fungosi e difettosi. Eccettuati dunque quegli alberi, che si seccano da per loro, gli altri tutti, se quando se ne vuol far uso, si taglieranno, ed abbatteranno colla sopraddetta regola, allora solamente potranno essere d'uso, e di durata negli edifizj. 
Sono diversi gl'alberi, e diverse le loro respettive qualit, come sono la Quercia, l'Olmo, il Pioppo, il Cipresso, l'Abete, ed altri, che sogliono esser d'uso negli edifizj: perciocch non  dello stesso uso la Quercia, e l'Abete, o il Cipresso, e l'Olmo; n tutti gl'altri generalmente hanno la stessa natura, ma ciascuna specie per la diversa combinazione d'elementi, e di diverso uso ne' lavori. 
Primieramente dunque l'Abete, perch ha molto d'aria, e di fuoco, ed all'incontro poco d'acqua, e di terra, come composto d'elementi pi leggieri, non  pesante; e per lo stesso motivo tenendolo teso la naturale rigidezza(194), non cos facilmente si piega sotto il peso, ma anzi resta diritto nelle travature: solo per perch contiene soverchio fuoco,  soggetto a generare il tarlo, da cui poi  offeso: per la stessa ragione  facile ad accendersi, perch il fuoco agevolmente penetra negli aperti pori, de'quali abbonda, e vi eccita una gran fiamma. Di questo albero per, prima di tagliarsi, la parte prossima alla terra, perch riceve per la vicinanza immediatamente l'umido dalle radici, resta dritta e liscia: come per l'opposto la parte superiore cacciando per la gagliardia del fuoco molti rami da' nodi, se  tagliata da venti palmi in su, e pulita, a cagion della durezza de' nodi la dicono fusterna; la parte inferiore al contrario tagliata e spaccata in quattro(195), gettata via la spugna, non ostante che sia lo stesso albero, pure si serba per lavori minuti, e la chiamano sapinea.
La Quercia, abbondando fra tutti gl'elementi specialmente di terra, ed avendo poco d'aria, d'acqua, e di fuoco, quando  adoprata sotto terra(196), dura eternamente, e ci perch, non avendo pori voti, ed essendo ben compatta, non vi pu penetrare l'umido, se mai ve n': anzi piuttosto per fuggire, e resistere all'umido, si torce, e pu far crepare que' lavori, ne' quali  adoprata.
L'Ischio, perch ha eguali porzioni di tutti gli elementi,  di grande uso negli edifizj; ci non ostante per, se si mette in luogo umido patisce, perch l'umore, penetrando con violenza pei pori, ne caccia via l'aria ed il fuoco.
Il Cerro, il Sughero, il Faggio, perch partecipano di molt'aria, ma di poca acqua, fuoco, e terra, ricevono facilmente negli aperti pori l'umido, e cos presto marciscono.
Il Pioppo cos bianco, che nero, il Salice, la Tiglia, ed il Vitice, perch hanno molto di fuoco, e d'aria, alquanto d'acqua, poco di terra, ed essendo per conseguenza d'una tempera pi leggiera, riescono nel lavoro di maravigliosa finezza; ed in fatti, non potendo essere duri per mescolanza di terra, sono al contrario per la porosit bianchi e comodi, e specialmente per gl'intagli.
L'Alno, il quale nasce presso le rive de' fiumi, e par che non sia legno servibile, pure ha ottime qualit, perch  composto di molt'aria e fuoco, di mediocre terra, e di poca acqua: ond', che non contenendo in se troppo umido, quando si adopra nelle palizzate, sotto i fondamenti delle fabbriche in luoghi paludosi, riceve quell'umido, che naturalmente non ha; e perci dura eternamente, regge ogni gran peso di fabbrica, e la conserva senza difetto. Cos quel, che non pu durare, che poco tempo fuori della terra, dura molto, quando  seppellito nell'umido. Si osserva questo in Ravenna(197), ove tutte le fabbriche e pubbliche e private hanno sotto i fondamenti palizzate di questa sorta.
L'Olmo poi, ed il Frassino hanno moltissimo d'acqua, pochissimo d'aria, e di fuoco, ed alquanto di terra; onde riescono nelle fabbriche deboli; perch per l'abbondanza dell'umido, non hanno forza da regger peso, e presto si fendono: ma se son per la vecchiaia fatti secchi, oppure in campagna stessa son giunti alla perfezione(198), si estingue l'umido, che  in loro, e diventano alquanto pi duri; anzi nelle commessure, e negl'incastri fanno per cagion della stessa tenerezza un forte legame. 
Il Carpino, nella cui tempera entra pochissimo di fuoco e terra, ma moltissima aria, ed acqua, non  fragile, e riesce in opera maneggevole. I Greci, perch di questo legno ne fanno gioghi, e presso loro i gioghi si chiamano ziga, chiamano zigian perci anche questo legno.
Sono anche meravigliosi il Cipresso, ed il Pino, perch sebbene abbiano eguali porzioni degli altri elementi, e per l'abbondanza solo dell'umido, di cui soverchiano, sogliono in opera fendersi, durano ci non ostante lungo tempo senza pericolo; ed  perch l'umido, ch' dentro il loro corpo,  di sapore amaro, e perci non lascia penetrarvi tarli, o altri simili animalucci nocivi: per questa cagione durano eternamente i lavori di questo legno.
Il Cedro, ed il Ginepro hanno parimente le stesse propriet ed usi; solamente come dal Cipresso, e dal Pino si ha la ragia, cos dal Cedro l'olio, che si chiama Cedrino; ed  quello, con cui ungendosi le cose, specialmente i libri, non sono offese da tignuole, n da tarli: le frondi di questo albero somigliano a quelle del Cipresso, e la vena del legname  diritta. La statua di Diana, e la soffitta nel tempio d'Efeso sono fatti di questo legname, come lo sono anche in molti altri tempj nobili per la lunga durata. Questi alberi allignano per lo pi nell'isola di Creta, nell'Affrica, ed in alcuni luoghi della Sora.
Il Larice, che non  cognito se non a quegli, che abitano presso la riva del P, ed i lidi del mare Adriatico, non solo non  offeso da tarlo, n da tignuola per la grande amarezza del suo sugo, ma neppure  capace di fare fiamma, o ardere da se, dovendo essere bruciato con altre legna, appunto come  la pietra da calcina nelle fornaci; e ne anche allora leva fiamma, o genera carbone, ma solo lentamente dopo lungo tempo si brucia, perch ha una tempera scarsissima di fuoco, e d'aria: ed all'incontro  impastato d'acqua, e di terra, e cos fitto, che non ha pori voti, pei quali possa penetrare il fuoco, anzi per questo stesso lo rispigne s, che non gli  cos facile di presto offenderlo; ed  di tanto peso, che non galleggiando sull'acqua, non pu trasportarsi, che sopra barche, o zatte d'abete. Non  da ignorarsi l'occasione, come si scoprisse questo legname. Quando tenea l'Imperadore Cesare l'esercito attorno alle Alpi, ordin a' municipj Romani di somministrare le necessarie vettovaglie: fra questi era un castello fortificato, che si chiamava Larigno, gli abitanti del quale, fidati alla fortificazione naturale del luogo, non vollero ubbidire; onde l'Imperadore vi fece accostare la truppa. Avanti la porta di questo castello era alzata appunto di questo legname, con travi alternativamente incrocicchiate, a guisa di pira una torre, dalla cui cima ben si potea con bastoni, e pietre rispingere gli aggressori: quando li vidde, che non aveano costoro altre armi, che bastoni, e che per il peso non poteano neppur lanciarli troppo discosto dal muro, fu ordinato, che si accostassero a quella torre fascine e fiaccole accese; pertanto subito i soldati ve ne fecero delle cataste. La fiamma, che bruciava le fascine attorno a quella torre, alzatasi a' cieli, fece credere di veder gi a terra tutta quella macchina; ma smorzata e cessata che fu, stupefatto Cesare nel vedere ancora intatta(199) la torre, ordin un blocco fuori del tiro de' dardi: cos i paesani intimoriti si rendettero; e domandati poi di che luogo erano que' legnami, che non erano stati offesi dal fuoco, mostrarono questi alberi, de' quali  in que' luoghi grandissima abbondanza; onde , che Larigno il castello, e Larigno anche si chiama il legname. Si trasporta per il P fino a Ravenna per uso delle colonie di Fano, Pesaro, Ancona, e degl'altri municipj vicini, e se vi fosse modo di trasportarlo sino a Roma, se ne caverebbe grand'utile per le fabbriche; e se non in ogni cosa, almeno facendosi di questo legno le tavole delle gronde attorno i ceppi delle case, sarebbero gli edifizj sicuri dal pericolo della comunicazione degl'incendj, non potendo queste tavole n ricevere, n far fiamma o carbone. Hanno questi alberi le foglie simili a quelle del Pino, il legname diritto, e maneggevole per lavori minuti niente meno dell'abete, e tramandano la ragia liquida del colore del mele Attico, la quale serve di rimedio a' tisici.
Ho trattato di tutte le specie di legni, e delle propriet naturali che hanno, e del modo come si generano: rimane a riflettere, perch non  s buono quell'Abete, che in Roma si chiama superiore, come lo  quello, che si chiama inferiore, il quale  di grand'uso e durata negli edifizj; spiegher dunque come dalla qualit de' luoghi nasce la loro malignit, o bont, acciocch lo sappia chi ne sar curioso(200).
 Capitolo X. Dell'Abete di l, e di qu dell'Apennino.
Comincia il monte Apennino dal mar Tirreno, e si prolunga verso le Alpi da una parte, ed i confini della Toscana dall'altra, ed il giogo di questo monte piegandosi, tocca col suo giro le spiagge del mare Adriatico, e giunge contorcendosi fino al faro di Messina: tutta la parte interiore dunque, la quale riguarda la Toscana, e la Campania,  amenissima, come quella, ch' continuamente battuta da' raggj del sole: la parte di l, che pende verso il mare superiore,  sottoposta all'aspetto settentrionale, ed  racchiusa da lunghi, ombrosi, ed opachi boschi. Quindi gli alberi, che nascono da quella parte, nudriti dal continuo umido, non solo crescono a grande altezza, ma le loro vene anche riempiendosi troppo d'umido si gonfiano, onde tagliati, e scorzati che sono, perduta la vegetazione naturale, e seccati, perdono anche la consistenza(201) delle fibre, diventano per la porosit deboli e spossati, e non possono perci n anche aver durata negli edifizj. Al contrario poi quelli, che nascono in luoghi volti in faccia al corso del sole, non essendo cos porosi, seccandosi s'induriscono, giacch il sole estrae da' medesimi l'umido, appunto come fa dalla terra; onde questi alberi, che sono in luoghi aperti, essendo pi sodi per la strettezza delle fibre, e non avendo troppi pori, perch scarseggiano d'umido, in opera sono di grand'uso e durata. Questa  dunque la ragione, perch gli abeti inferiori, come quei che vengono da' luoghi aperti, sono migliori di quei superiori, perch vengono da' luoghi ombrosi.
Ho trattato per quanto ho potuto, e saputo de' materiali che sono necessarj nelle fabbriche, del loro naturale temperamento, e delle loro bont e difetti, acciocch il tutto si sappia da chi fabbrica. Avranno adunque pi giudizio coloro, che sapranno porre in opera questi insegnamenti, e scegliere secondo i diversi usi il materiale proprio. Si  trattato dunque dell'apparecchio: ne' seguenti libri si tratter delle fabbriche stesse; e secondo che richiede l'ordine tratter in prima in questo seguente libro degli edifizj sacri degli Dei immortali, e delle loro simmetrie e proporzioni.
Fine del libro secondo.

 Dell'Architettura
di M. Vitruvio Pollione
Libro terzo.
 Prefazione.
Apollo di Delfo per mezzo delle risposte della Pitonessa dichiar per il pi savio di tutti Socrate. Di lui si racconta avere dottamente e saviamente detto, che sarebbe stato necessario, che i petti degli uomini fossero aperti con delle finestre, acciocch i sentimenti d'ognuno non rimanessero nascosti, ma esposti alla considerazione altrui. Dio volesse, che la madre natura, giusta l'opinion di Socrate, gli avesse fatti aperti e chiari: poich se cos fosse, non solamente si vedrebbero con facilit sotto gli occhj le virt, ed i vizj degli animi; ma anche potendosi cos sottoporre alla contemplazione dell'occhio gl'insegnamenti delle scienze, sarebbero meno incerte le loro dimostrazioni, ed acquisterebbero maggiore, e pi perenne autorit i dotti ed i sapienti. Ma poich la madre natura non ha formate in questa guisa le cose, non possono perci gli uomini, rimanendo nascosti ne' petti i talenti, penetrare ed apprendere a perfezione la teoria delle arti. Quindi ogni artefice, bench si comprometta, e vaglia col suo sapere, pure se o non sar ricco, di scuola gi accreditata, o non avr la dote della grazia, e dell'eloquenza popolare, per quanto s'affatichi, non giugner mai a persuadere gli altri del suo sapere.
Pu questo osservarsi soprattutto su gli scultori, e pittori antichi(202): fra' quali quei, che acquistarono lode e fama d'eccellenza, sono rimasti d'eterna memoria a' posteri, come Mirone, Policleto, Fidia, Lisippo, ed altri, che s'acquistarono nome colla loro arte; imperciocch l'acquistarono per le opere, che fecero o per citt grandi, o per R, o per gran Signori. Quegli all'incontro, che sebbene non furono di minor applicazione, talento ed avvedutezza, e fecero opere nientemeno perfette ed eccellenti; pure avendo fatte opere per cittadini ignobili e di bassa fortuna, non hanno acquistato nome alcuno, non per mancanza di sapere, e di finezza, ma per mancanza solo di fortuna: tali sono stati Ella Ateniese, Chione Corintio, Miacro Foceo, Farace Efesio, Beda Bizantino, e molti altri. 
Accadde lo stesso a' pittori, fra' quali ad Aristomene Tasio, a Policlete Atramiteno, a Nicomaco, e ad altri, a' quali non manc gi fatica, applicazione o diligenza, ma oscur la loro fama o la povert, o la poca fortuna, o l'essere stati posposti nelle concorrenze per gl'impegni dell'avversarj. Non  certo da meravigliarsi, se per l'ignoranza dell'arte non conosciuti rimangano i virtuosi; ma  cosa insopportabile, che in grazia degli amici si abbraccino i falsi, non i veri giudizj. Se dunque i sentimenti, i pareri, e le scienze fossero, come disse Socrate, chiare e trasparenti, non avrebbe luogo n il favore, n l'ambizione, ma spontaneamente s'appoggerebbero l'opere a coloro, i quali fossero collo studio di vere e sode dottrine giunti al maggior grado di sapere. Quindi poich quelle cose non sono, come crediamo, che avrebber dovuto essere chiare, ed esposte alla vista; e considero, che prevalgono co' loro impegni pi gl'ignoranti, che i dotti, non parendomi proprio di gareggiare cogl'ignoranti, mi contento piuttosto di fare per mezzo di questi scritti palese il mio sapere.
Nel primo libro dunque, o Imperadore, ho trattato dell'arte, de' suoi requisiti, e delle cognizioni che deve avere l'Architetto, ed ho aggiunte ancora le cagioni, perch debba averle; e colla divisione, e colle definizioni ho determinate le parti di tutta l'Architettura. Poi perch era la prima, e pi necessaria cosa, ho trattato anche con dimostrazione delle abitazioni, e della scelta de' luoghi salutevoli: de' venti, e de' luoghi, onde soffiano, aggiungendovi la figura: e dell'esatta distribuzione delle strade, e viottole dentro le mura; e con ci ho terminato il primo libro. Nel secondo ho esaminato l'essenza, e natura de' Materiali, ed il loro uso nelle opere. In questo terzo ora tratter degli Edifizj consecrati agli Dei immortali, e della loro figura.
 Capitolo I. Della composizione, e simmetrie de' Tempj.
La(203) composizione de' Tempj dipende dalla simmetria, le regole della quale debbono perci esser ben note agli Architetti. Nasce questa dalla proporzione, la quale in greco si dice Analogia; ed  una corrispondenza di misura fra una certa parte de' membri di ciascuna opra, e l'opera tutta, dalla quale corrispondenza dipende la simmetria: quindi non pu fabbrica alcuna dirsi ben composta, se non sia fatta con simmetria, e proporzione, come l'hanno le membra d'un corpo umano ben formato.
In fatti ha la natura composto il corpo umano(204) in guisa, che la faccia dalla barba fino a tutta la fronte, (Tav. IV. fig. 1. e 2.) cio alla radice de' capelli,  la decima parte del corpo: la pianta della mano dalla giuntura all'estremit del dito di mezzo altrettanto: dalla barba al cocuzzolo un'ottava, ed altrettanto dalla nuca; dalla parte superiore del petto alle radici de' capelli una sesta, sino al cocuzzolo una quarta(205). E nella stessa faccia un terzo  dal mento alle narici, un terzo dalle narici al mezzo delle ciglia, ed un terzo ancora di l sino alle radici dei capelli, dove comincia la fronte: il piede  la sesta parte dell'altezza del corpo: il cubito la quarta: il petto(206) anche la quarta; e cos tutte l'altre membra hanno ancora le loro corrispondenze di proporzione, delle quali servitisi i celebri pittori, e scultori antichi, n'acquistarono infinita lode. Debbono del pari le membra degli edifizj sacri avere corrispondenza di misure fra ciascuna parte, e tutta l'intiera grandezza. Il centro pure, o sia punto di mezzo del corpo naturalmente  l'umbilico(207), talmente che se si situa un uomo supino colle mani e co' piedi stesi, e fatto centro nell'umbilico si tiri col compasso un cerchio, questa linea toccher le dita d'ambe le mani e piedi; e siccome si adatta il corpo alla figura rotonda, s'adatta anche alla quadrata: imperciocch se si prende la misura da' piedi alla sommit della testa, e si confronti con quella delle braccia stese, si trover eguale l'altezza alla larghezza, appunto come  uno spazio quadrato.
Se dunque ha la natura composto il corpo dell'uomo in maniera, che corrispondano le proporzioni delle membra al tutto, hanno con ragione stabilito gli antichi, che anche nelle opere perfette ciascun membro avesse esatta corrispondenza di misura coll'opera intera. E perci ancora, siccome in tutte le opere adopravano ordini, lo fecero soprattutto ne' tempj degli Dei, ne' quali sogliono rimanere eterne le lodi, o i biasimi del lavoro: anzi la regola delle misure, le quali sono necessarie in tutte le opere, la presero pure dalle membra del corpo(208): tali sono il dito, il palmo, il piede, il cubito; e poi le distribuirono in un numero perfetto, che i Greci chiamano Telion. Perfetto chiamarono gli antichi il numero di dieci: imperciocch nasce questo numero dalla quantit delle dita della mano; dalle dita poi nacque il palmo, e dal palmo il piede. 
Stim perci Platone perfetto il numero di dieci, perch dieci dita avea la natura formate fra ambedue le mani, e perch era composto questo numero di unit, che i Greci chiamano monades; e che perci subito, che queste avanzano, diventando undici o dodici ec., non possono dirsi perfette, se non quando giungono all'altra diecina: imperciocch le unit sono le particelle di tal numero.
I Matematici all'incontro pretendono, che il numero perfetto sia il sei, perch i divisori di questo numero, a loro(209) modo di raziocinare sommati, eguagliano il numero di sei: cos il(210) sestante  l'uno; il triente  il due; il semisse il tre; il besse, o dimiron il quattro; il quintario, o pentamiron, il cinque; ed il numero perfetto il sei. Cos crescendo sopra sei, se si aggiunge un(211) sesto, si forma il settimo, detto efecton: si forma l'otto con aggiugnersi un terzo, ed in Latino si dice terziario, in Greco epitritos: perch il nove si forma con sopraggiungere la met, li chiama sesquialtero, ed emiolios: se si aggiungono due parti, che fanno dieci, chiamasi besalterum, ed epidimiron: il numero d'undici, perch si compone coll'aggiunta di cinque, dicesi quintarium alterum, ed epipentamiron; il numero di dodici, perch composto di due numeri semplici, diplasiona.
Parimente, perch il piede  la sesta parte dell'altezza dell'uomo, dichiararono questo numero, che  il numero de' piedi dell'altezza, cio il sei, perfetto; ed osservarono, che il cubito si compone di sei palmi, per conseguenza di ventiquattro dita.
Pare ancora, che da questo sia venuto, che le citt greche dividono la dramma in sei parti a similitudine del cubito, che li compone di sei palmi: imperocch stabilirono esse nella dramma sei parti eguali formate di pezzi di rame coniati, come sono gli assi, e gli chiamano oboli; ed a similitudine delle ventiquattro dita, divisero ogni obolo in quattro quartucci, da alcuni detti dicalca, tricalca da altri. I nostri per elessero al principio il numero di dieci; onde composero il denario di dieci assi di rame, la qual moneta ha perci sino al d d'oggi conservato il nome di denario: chiamarono sesterzio la quarta parte del denario, perch era composto di due assi intieri, ed un terzo mezzo. Riconoscendo poi esser perfetti del pari i numeri sei e dieci, gli sommarono, e ne formarono uno perfettissimo, che  il sedici. Fu origine di questa cosa il piede: poich se dal cubito si levano due palmi, ne rimangono quattro, che compongono il piede; e siccome il palmo  di quattro(212) dita, cos il piede ne contiene sedici, ed a similitudine altrettanti assi di rame il denario(213). Se  chiaro dunque, che dalle membra dell'uomo  sorta la divisione de' numeri, e che la proporzione nasce dalla relazione di misura presa con una certa parte fra ciascun membro, ed il corpo intiero, ne segue, che sono degni di lode coloro, i quali anche nel formare tempj degli Dei, distribuirono le membra dell'opera in guisa, che ciascuna delle parti, e tutte corrispondessero fra loro con proporzioni e simmetrie(214). 
I principj(215) de' tempj sono quelli, de' quali si compone l'aspetto, e la figura de' medesimi. Il primo  l'In antis, che i Greci dicono Naos en parastasin, il Prostilo, l'Anfiprostilo, il Periptero, lo Pseudo diptero, il Diptero, e l'Ipetro(216); i distintivi delle loro figure sono questi.
In antis(217) si dice un tempio, (Tav. V. fig. 1.) il quale abbia nella facciata pilastri DD nelle estremit delle mura, che chiudono la cella(218), e nel mezzo fra i pilastri due colonne FF(219); il frontespizio E di sopra fatto con quella simmetria, che s'insegner in quest'istesso libro(220). Se ne vede un esempio ne' tre tempj della Fortuna(221), e fra i tre in quello, che  presso la porta Salara.
ll Prostilo ha tutte le parti (Tav. V. fig. 1. e 2.) come quello In antis: solo ha dirimpetto a' pilastri G delle cantonate due colonne D: ed i cornicioni(222) sopra, anche come quello In antis, solo a destra, ed a sinistra nelle voltate(223) un pezzo di cornicione per parte. Un esempio ce ne danno i tempj di Giove, e di Fauno nell'isola Teverina(224).
L'Anfiprostilo ha lo stesso del Prostilo; solamente di pi ha simili le colonne, (Tav. V. fig. 2.) ed il frontespizio, anche dalla parte di dietro H.
Il Perittero  quello, che ha tanto nell'aspetto d'avanti, (Tav. VI. fig. 1.) quanto in quel di dietro sei colonne per parte, ed a' fianchi(225) undici, con quelle de' cantoni, e quelle colonne poste in modo, che la distanza fra il muro e le medesime sia intorno intorno eguale all'intercolunnio; e cos viene a rimanere attorno all'interno del tempio un luogo da spasseggiare. Tal' il portico di(226) Metello nel tempio di Giove Statore, architettato da(227) Ermodoro; tal' il portico, senza per l'aspetto di dietro, nel tempio dell'Onore, e della Virt, presso i trofei di Mario(228), fatto da Muzio(229). 
Lo Pseudodittero si forma d'otto colonne per parte nella fronte e nella parte di dietro, (Tav. VII. fig. 2.) e di(230) quindici per parte a' fianchi, comprese quelle degli angoli. Quindi le mura della cella corrispondono alle quattro colonne di mezzo della fronte e del di dietro; onde dalle mura al filo delle colonne vi rimane l'intervallo di due intercolunnj, e della grossezza d'una colonna(231). In Roma non ve n' esempio; ma evvi in Magnesia il tempio di Diana d'Ermogene(232) Alabando, e quello d'Apollo fatto da Mneste(233).
Il Diptero  anche d'otto colonne (Tav. VII. fig. 1.) alle due teste davanti, e di dietro: ma solo ha attorno alla cella doppj ordini di colonne; tal' il tempio dorico di Quirino, ed il jonico di Diana d'Efeso fatto da Ctesifonte.
L'Ipetro ha dieci(234) colonne nelle due teste: (Tav. VI. fig. 2.) il resto  come(235) il Diptero, ma solo nella parte interna ha due(236) ordini di colonne MM l'uno sopra l'altro discoste dalle mura, sicch formano un colonnato a guisa di portico: il mezzo II  scoperto senza tetto; e vi si entra per due porte, una d'avanti, l'altra da dietro. In Roma non ve n' esempio; ma tale  in Atene il tempio d'otto colonne di fronte(237) dedicato a Giove Olimpio(238).
 Capitolo II. Delle cinque Specie di Tempj.
Le specie(239) de' tempj sono cinque, e questi sono i loro nomi: Picnostilo, cio di colonne spesse: Sistilo, un poco pi distanti: Diastilo, anche pi distanti: Areostilo, distante pi del dovere; ed Eustilo, di giusto intercolunnio. Picnostilo dunque , (Tav. VI. fig. 2.) quando l'intercolunnio  d'una grossezza e mezzo di colonna; tal' il tempio del Divo Giulio, e quel di Venere nel foro di Cesare, ed altri simili, se ve ne sono. Sistilo  quello, (Tav. VI. fig. 1.) in cui l'intercolunnio  di due grossezze di colonne, ed i plinti delle basi sono eguali a quello spazio, che resta fra i due plinti(240): tal' il tempio della Fortuna equestre presso il Teatro di pietra, ed altri, che mai fossero fatti della stessa maniera. Ambedue queste specie riescono difettose, perch le madri di famiglia, quando pei gradi salgono per andare a far preghiere, non possono passare accoppiate per la strettezza degl'intercolunnj, ma solo l'una dopo l'altra: in secondo luogo rimane dalla vicinanza delle colonne nascosto s l'aspetto delle porte, come delle statue(241); e finalmente per la eccessiva strettezza rimane impedito lo spasseggio intorno al tempio.
Il Diastilo  quando l'intercolunnio  largo tanto, (Tav. V. fig. 2.) quanto sono tre(242) grossezze di colonne; tale  il tempio d'Apollo, e di Diana. Questa maniera ha il difetto, che gli architravi per la troppa lunghezza si spezzano. 
Negli Areostili poi non si possono adoprare affatto architravi di pietra o di marmo, (Tav. V. fig. 1.) ma solo lunghi travi di legname; (Tav. VIII. fig. 1.) e l'aspetto di tali fabbriche riesce tozzo, basso, e largo. I frontespizj(243) di questi sogliono ornarsi all'uso toscano di sculture di creta, o di bronzo dorato: tali sono presso al Cerchio massimo il tempio di Cerere, e quello d'Ercole eretto da Pompeo; tale anche il Campidoglio(244).
Rimane ora a dar conto della proporzione dell'Eustilo, la quale  la migliore, (Tav. VII. fig. 1. e 2.) e la pi adatta e per comodo, e per bellezza, e per fortezza. L'intercolunnio di quella specie dev'essere di due grossezze di colonne e un quarto; il solo intercolunnio di mezzo tanto della fronte, quanto del di dietro  di tre grossezze di colonne: imperciocch in questo modo far bello l'aspetto, non impedito l'accesso, e maestoso il passeggio attorno attorno alla cella. Le proporzioni poi sono queste: (Tav. XII. fig. 5.) se nello spazio destinato per la fronte si vorranno mettere sole quattro colonne, si divider in undici parti e mezzo, non contando gli sporti delli zoccoli, e delle basi: se sene vorranno metter sei, si divide in diciotto parti; se otto in ventiquattro e mezzo(245). Di queste parti poi, siano di tetrastilo, di esastilo, o di ottastilo, se ne prenda una, e questa sar il Modulo(246), a cui si far eguale il diametro della colonna. Onde ciascuno intercolunnio sar di due di questi moduli, ed un quarto, eccetto i due intercolunni di mezzo s della fronte, che del di dietro, ciascuno de' quali sar di tre(247) moduli: l'altezza delle colonne sar di otto moduli e mezzo(248); e cos con quella distribuzione si avr la giusta misura e degl'intercolunni, e dell'altezza delle colonne. In Roma non ve n'ha esempio, ma in Asia evvi nella citt di Teo il tempio di Bacco ad otto colonne. Queste proporzioni le ha stabilite Ermogene(249); il quale anche fu il primo autore dell'ottastilo, e dell'invenzione dello pseudodittero: imperciocch dalla figura del dittero tolse la fila interiore (Tav. VII. fig. 1. e 2,) delle colonne al numero di trentotto(250); e con questa invenzione risparmi spesa e fatica: poich lasci intorno alla cella un largo spazio nel mezzo da passeggiare, ed intanto non iscem niente l'aspetto, nel quale, non apparendovi la mancanza delle colonne superflue, conserv la maest in tutta l'opera con tal distribuzione. Le ale in fatti, ed i porticati attorno al tempio sono stati ritrovati, acciocch l'aspetto acquistasse maest dalle interruzioni(251) degl'intercolunnj; ed inoltre acciocch se una improvvisa pioggia vi sorprendesse, ed obbligasse a trattenervisi una gran quantit di popolo, potesse questa, parte nel tempio, e parte nel porticato esteriore restarvi liberamente e spaziosamente. Questi comodi si hanno soprattutto ne' pseudoditteri; onde parmi avere in ci Ermogene oprato con grande acume, ed intelligenza dell'effetto dell'opera, avendo di pi lasciato a' posteri i fonti, onde potessero attignere il metodo delle invenzioni(252).
Ne' tempi Areostili le colonne (Tav. V. fig. 1.) debbono avere il diametro(253) un ottavo della loro altezza. Nel Diastilo si divide l'altezza in otto parti e mezzo, (Tav. V. fig. 2.) ed una di queste  il diametro della colonna. Nel Sistilo l'altezza si divide in parti nove e mezzo, (Tav. VI. fig. 1.) e se ne d una al diametro della colonna. Nel Picnostilo si divide l'altezza in dieci parti, (Tav. VI. fig. 2.) ed una di queste  il diametro della colonna. L'altezza della colonna del tempio Eustilo(254) si divide, (Tav. VII. fig. 1. e 2.) come nel diastilo, in otto parti e mezzo, e da una di queste si cava il diametro da basso della colonna. Questa dunque  la regola pei respettivi intercolunnj; perch siccome crescono le distanze fra le colonne, cos debbono a proporzione crescere le grossezze delle colonne. In fatti le nell'Areostilo la grossezza sar un nono, o un decimo dell'altezza, sembreranno delicate e sottili le colonne, perch l'aria, che giuoca per la troppa larghezza degl'intercolunnj, apparentemente consuma, e scema la grossezza de' fusti(255): come al contrario se la grossezza delle colonne ne' Picnostili sar un ottavo dell'altezza, far tozza e brutta vista per la spessezza, e strettezza degl'intercolunnj; bisogna dunque adattare le simmetrie(256) alla specie dell'opera. Per la stessa regola le colonne de' cantoni debbono avere il diametro un cinquantesimo maggiore di quello delle altre, perch circondate dall'aria aperta, sembrano pi sottili(257); perci colla riflessione si uguagliano le disuguaglianze cagionate da inganno(258) dell'occhio.
Quanto poi al ristringimento(259) delle colonne nel sommoscapo, questo si ha da fare colla seguente proporzione: (Tav. X. fig. 4.) se la colonna sar di quindici piedi(260) in sotto, si divida la grossezza inferiore in sei parti, e se ne diano cinque alla parte superiore: se la colonna sara fra i quindici piedi ed i venti, l'imoscapo si divide in sei parti e mezzo, e si far di cinque e mezzo il sommoscapo: in quelle da' venti a'trenta, si divide l'imoscapo in parti sette, e se ne danno sei al ristringimento: in quelle fra i trenta e i quaranta, divisa la grossezza da basso in parti sette e mezzo, se ne daranno sei e mezzo al ristringimento: in quelle fra i quaranta e i cinquanta piedi, sar l'imoscapo d'otto parti, e si ristringer a sette il sommoscapo; e cos della stessa maniera si andr determinando a proporzione l'assottigliamento delle altre colonne, che fossero pi alte. Quanto a questo per  da avvertirsi, che per la grande altezza ingannano(261) la vista di chi le guarda da terra, onde conviene rimediare con dell'aggiunta alle grossezze. L'occhio  quello che ricerca la bellezza: onde se non si soddisf al suo gusto tanto colla proporzione, quanto con queste aggiunte, le quali appunto ingrandiscono quello che sembrerebbe scarso, comparirebbe all'occhio de' riguardanti sproporzionato e scomposto l'aspetto. Come si faccia poi in mezzo(262) della colonna quella giunta, (Tav. X. fig. 3.) che i Greci chiamano Entasi, acciocch riesca dolce e propria, apparisce nella figura(263) data alla fine del libro.
 Capitolo III. Dei Fondamenti, delle Colonne, e de' loro ornamenti.
Dovendosi mettere in opera quelle colonne, si cavi pei fondamenti fino al sodo, e su il sodo si alzino a quella larghezza, che richiede l'opera, e tale fabbrica debbe essere da per tutto fortissima. Sopra terra poi si alzino sotto alle colonne i muricciuoli di larghezza per una volta e mezza(264) delle medesime, acciocch le parti di sotto sieno pi ferme di quelle di sopra: chiamansi questi muricciuoli stereobate(265) dal sostener che fanno i pesi: lo sporto delle basi non deve eccedere il sodo: la grossezza del muro superiore dee regolarsi nell'istessa maniera(266); il suolo poi che rimane fra i medesimi, dee essere occupato o da volta, o da terrapieno ben battuto(267), acciocch si tengano raffrenate le mura. E se mai non si trover il sodo, ma il luogo sar tutto sino in fondo di terra smossa oppure paludoso, in tal caso si cavi, e si voti sino ad un certo segno(268), e poi vi si faccia una palizzata di travi d'alno, d'olivo, o di quercia abbrustolati, conficcandoli bene con battipali, quanto pi contigui si pu, e rimanendovi dei vani si riempiano di carboni: indi si riempia della pi forte fabbrica il resto dei fondamenti(269): compiti questi si situino a livello i piedistalli(270), e sopra i medesimi si distibuiscano le colonne colle regole dette di sopra, cio ne' Picnostili colla regola de' Picnostili, e colle respettive proprie regole ne' Sistili, Diastili, ed Eustili, scritte di sopra: negli Areostili solo evvi la libert di situarle a quella distanza, che piace: sempre per nelle fabbriche, che hanno colonnati(271) attorno, si hanno a distribuire le Colonne in modo, che vi sia ne' fianchi il doppio degl'intercolunnj, che sono nella fronte; perch cos la lunghezza della fabbrica sar doppia della larghezza(272). Hanno perci sbagliato coloro, che hanno fatto il doppio delle colonne, perch viene ad esservi nella lunghezza un intercolunnio pi del dovere(273).
I gradi, che si fanno nella fronte, debbono essere sempre di numero dispari; perch cos se si sale il primo grado col piede destro, quello anche viene ad esser il primo, che si pone sul piano del Tempio. L'altezza del grado stimo che non debba esser maggiore di dieci oncie, (Tav. X. fig. 1.) n minore di nove, perch cos non sar faticosa la salita: il piano de' gradi non dee farsi minore di un piede e mezzo, n maggiore di due(274); e se si vorranno fare de' gradi attorno attorno al tempio, si faranno della stessa maniera(275). Ma se attorno al tempio, cio per tre lati, vi si volesse alzare un parapetto, questo si far in modo, che lo zoccolo, il tondino, il dado, la corona, e la cimasa(276) corrispondano colle membra del piedistallo, che  sotto la base delle colonne. 
Il piedistallo si ha da tirare in modo, che abbia pel mezzo sporti a guisa di scannelli risaltati; (Tav. XIII. fig. 4.) che se sar tirato a filo, parr accanalato. Ma come si abbiano a fare proporzionati questi scannelli, si vedr nella dimostrazione, e nella figura posta alla fine del libro(277).
Ci fatto, si situino le basi ne' proprj luoghi: la loro proporzione giusta , che l'altezza, (Tav. XII. fig. 2.) compreso il plinto, sia quanto mezzo diametro di colonna; e un quarto(278) del diametro l'aggetto, che i Greci dicono Ecforan: onde sar tutta la base per lungo, e per largo un diametro e mezzo di colonna: l'altezza, intendo dell'Atticurga(279), si divida in modo, che resti nella parte superiore quanto  un terzo del diametro della colonna, il resto di sotto rimane per il plinto. Lasciando dunque da parte il plinto, si divida il resto in quattro parti: di queste una l'occupa il bastone superiore, e le altre tre si dividano in due, una sia pel bastone di sotto, l'altra pei listelli e canaletto, che i Greci dicono Trochilon(280).
Ma se la base vorr farsi Jonica, allora le proporzioni saranno queste: la larghezza della base da ogni parte sia quanto il diametro della colonna, con un quarto e un ottavo di pi: l'altezza del plinto, quanto quello della base Atticurga: ma quel che resta del plinto, che sar la terza parte del diametro della colonna, si divida in sette parti: di queste sette, tre sono del bastone superiore, e le restanti quattro si dividono egualmente in due, una  del cavetto superiore coi suoi astragali(281) e listello, l'altra resta pel cavetto inferiore, il quale in tanto parr maggiore, perch il suo aggetto giunge sino all'orlo del plinto. Gli astragali saranno un ottavo del cavetto: e lo sporto(282) della base sar in ciascun lato tre sedicesimi del diametro.
Compite e situate le basi, vi si debbono alzar sopra le colonne, quelle di mezzo, s della fronte, che delle spalle, a piombo sul punto di mezzo: ma quelle degli angoli, e tutte quelle che saranno a filo delle medesime, tanto a destra che a sinistra si hanno a situare in modo, che la centina interiore, che riguarda il muro della Cella, sia tirata tutta a piombo, l'esteriore solamente si ristringa colle regole dette di sopra(283). Cos sar di giusta proporzione il ristringimento di tutta la figura del tempio.
Situati che saranno i fusti delle colonne, (Tav. XII. fig. 3. 4.) rimangono i capitelli: lo scompartimento di questi, se sar a piumaccio(284), o sia Jonico, si far colle seguenti proporzioni. L'abaco ab(285) si faccia di lunghezza e di larghezza, quanto  il diametro, e un decimo ottavo di pi: l'altezza poi gc, compresevi le volute, la met della larghezza. Dall'estremit a dell'abaco si deve andare in dentro(286), e tagliare una diciottesima(287) e mezza ad per determinare le fronti delle volute: indi a' tagli dell'abaco, specialmente del suo listello si tirino i piombi de, detti Cateti. Tutta l'altezza go si divide in nove parti e mezzo: di queste una e mezzo resta per l'abaco gf, e delle altre otto se ne formano le volute. Indi da ciascuna linea calata come sopra per gli angoli dell'abaco, detto Cateto, distante una parte e mezzo(288) in dentro(289), se ne calino delle altre; ciascuna di queste si divide poi in maniera, che rimangano sotto l'abaco quattro parti e mezzo; e in questo luogo, che sparte le quattro parti e mezzo dalle altre tre e mezzo, si segni il centro dell'occhio h: con questo centro, e con un diametro eguale a una delle otto parti, si tiri un cerchio, e questa sar la grandezza dell'occhio, in cui si tiri un diametro(290) ad angoli retti del cateto. Cominciando indi dalla parte superiore sotto l'abaco, in ogni girata di quarta di cerchio si scemi mezzo diametro d'occhio, e cos si faccia finch si ritorni all'istessa quarta, che corrisponde sotto l'abaco(291).
La grossezza del capitello deve esser distribuita in modo, che delle nove parti e mezzo ne rimangano tre sotto l'astragalo del collarino, ed il resto rimane per la cimasa(292), o sia ovolo, abaco, e canale: lo sporto dell'ovolo ecceder quello dell'abaco per quanto  una grandezza dell'occhio. I cingoli 5. del piumazzo hanno d'avere tale sporto fuori dell'abaco, che posta che sia una punta del compasso in quel punto m, che segna una quarta(293) parte del capitello, e l'altra si apra fino all'estremit dell'ovolo n, tirato il cerchio, quello determini il contorno d'essi cingoli. Gli assi(294) delle volute 6. non siano maggiori della grandezza dell'occhio, e le stesse volute abbiano il loro incavo(295) profondo un duodecimo della loro larghezza. Queste proporzioni sono pei capitelli di quelle colonne, che si faranno di quindici piedi al pi: nelle maggiori tutte le proporzioni si regoleranno nell'istessa maniera: avvertendosi, che l'abaco(296) sar lungo, e largo quanto  un diametro di colonna, e un nono di pi; e ci affinch scemando sempre la diminuzione a proporzione, che avanzano in altezza le colonne, abbia anche il capitello proporzionato aumento di sporto e di altezza. Alla fine del libro si dar la figura e la regola, come si abbiano a descrivere col compasso esattamente le volute(297).
Compiti i capitelli, e situati sui sommiscapi delle colonne non a filo(298), ma con uno adattato scompartimento, acciocch la simmetria ne' membri superiori corrisponda alle giunte fatte ne' piedistalli, si ha poi da dare la giusta proporzione agli architravi. 
E la lor proporzione  questa: se le colonne saranno di piedi xii. in xv., l'altezza dell'architrave sar per la met della grossezza della colonna da basso: se di xv. a xx., divisa l'altezza della colonna in tredici parti, una di queste  l'altezza dell'architrave: di xx. a xxv., divisa l'altezza in dodici parti e mezza, una sar l'altezza dell'architrave: di xxv. a xxx. si divide in dodici, ed una di queste si d all'architrave. E cos a proporzione dall'altezza delle colonne si ricava l'altezza dell'architrave: avendo in considerazione, che quanto pi in alto deve guardare l'occhio, tanto pi difficilmente penetra la densit dell'aria, onde la vista debilitata, e spossata per la distanza dell'altezza, forma una immagine(299) confusa delle grandezze: quindi alla giusta simmetria delle membra, se saranno queste o poste in luoghi alti, o di proporzione gigantesca, si ha da fare un proporzionato supplemento, acciocch compariscano della dovuta grandezza. La larghezza inferiore dell'architrave, cio ove posa sopra il capitello, sar tanta, quanta  la grossezza superiore della colonna: la larghezza superiore poi, quanto la grossezza della colonna da basso(300). La cimasa dell'architrave (Tav. XII. fig. 1. e 2.) dev'essere la settima parte della sua altezza, ed altrettanto l'aggetto: quel che rimane oltre la cimasa, si divide in dodici parti, tre cio alla prima fascia, quattro alla seconda, e cinque alla pi alta. Il fregio, che va sopra l'architrave, dev'essere un quarto meno di esso architrave; ma se vi si dovessero fare delle sculture, dovr allora essere un quarto pi alto dell'architrave, acciocch facciano spicco quelle sculture. La cimasa(301) sia un settimo della sua altezza, ed altrettanto lo sporto.
Sopra il fregio si far il dentello (Tav. XII. fig. 1. e 3.) alto quanto la fascia di mezzo dell'architrave; e lo aggetto eguale all'altezza. Lo spartimento, che in Greco si dice metoche(302), si ha da fare in modo, che il dentello abbia di larghezza in fronte la met della sua altezza; ed il cavo dello spartimento sia per due delle tre parti della larghezza della fronte: la sua cimasa, la sesta(303) parte della sua altezza. La corona, o sia gocciolatojo colla sua cimasetta, e senza la gola,  quanto la fascia di mezzo dell'architrave: lo sporto del gocciolatojo col dentello si ha da fare uguale allo spazio, che passa di sopra al fregio fino a tutta la cimasa del gocciolatojo: anzi generalmente tutti gli sporti allora riescono pi graziosi, quando hanno l'aggetto eguale all'altezza. 
L'altezza del tamburo(304), che  dentro il frontespizio, (Tav. VIII. fig. 3.) si trova cos: si divide la lunghezza di tutta la fronte del gocciolatojo da una punta all'altra della cimasa in nove parti, e se ne prende una per l'altezza di mezzo del tamburo: del resto corrisponda a piombo su l'architrave, e su i collarini delle colonne. La corona, che gira sopra il tamburo, dee farsi eguale a quella di sotto, che va senza cimasa: sopra la corona poi si hanno a fare le(305) gole, che i Greci chiamano Epitithedas, alte un ottavo pi dell'altezza della corona.
Gli Acroterii de' cantoni sieno alti quanto(306) mezza altezza del tamburo, e quei di mezzo un ottavo pi di quelli de' cantoni. 
I membri tutti, che sono dai capitelli in s, (Tav. X. fig. 5.) cio architrave, fregio, cornice, tamburo, frontespizio, ed acroterj si hanno a fare colla cima piegata innanzi, quanto  un duodecimo dell'altezza di ciascuno.
 chiaro, che ponendoci dirimpetto a un edifizio, tirate dall'occhio due(307) linee, una alla parte inferiore, l'altra alla superiore, e pi lunga quella, che si tira alla superiore: questo fa che quanto  pi lunga questa linea visuale, che giunge alla parte superiore, tanto pi supina sembra l'immagine. Ma se, come abbiam detto poc'anzi, si sar piegata verso la fronte, cos parr stare a piombo, e a squadra.
Le strie, o sieno canali delle colonne, (Tav. XI. fig. 3.) hanno ad essere ventiquattro, e incavati in modo, che applicando la squadra per entro la scanalatura, girandosi tocchi colle due gambe l'estremit del canale a destra, ed a sinistra, e colla punta la concavit del canale(308). La grossezza de' pianuzzi(309) ha da essere eguale all'aggiunta, o sia gonfiezza, che si fa al mezzo della colonna. Nelle gole, che sono sopra i gocciolatoj a' fianchi(310) de'Tempj, si hanno a scolpire delle teste di leoni, distribuite in modo, che primieramente ne vengano alcune a dirittura sopra ogni colonna, e le altre in eguali distanze fra loro, in modo che corrispondano alle docce di mezzo. Quelle, che si faranno sopra le colonne, sieno bucate a forma di doccia, che riceve l'acqua piovana da' tetti: ma quelle di mezzo sien chiuse, acciocch la copia dell'acqua, che da' tegoli cola nelle docce, non venga gi tra l'una colonna, e l'altra, n bagni chi passa: ed all'incontro quelle teste, che sono sopra le colonne, parr che vomitino acqua dalla bocca. In questo libro ho descritto, quanto meglio ho potuto, le proporzioni de' tempj Jonici: nel seguente tratter delle proporzioni. Doriche, e delle Corintie.
Fine del libro terzo.
 Dell'Architettura
di M. Vitruvio Pollione
Libro quarto.
 Prefazione.
Avendo osservato, o Imperadore, che vi sono stati molti, i quali hanno lasciato in iscritto precetti, e volumi sull'Architettura, ma tutti o non ordinati, o principiati solo, e come sparse particelle; ho stimato perci degna ed utile cosa, di ridurre prima generalmente in una divisione perfetta tutto l'intiero trattato, e poi andare spiegando in ciascun libro partitamente le qualit di ciascheduna specie. Laonde perch, o Cesare, nel primo libro ho trattato dell'offizio, e delle cognizioni, che aver deve l'Architetto: nel secondo dell'apparecchio de' Materiali, i quali sono d'uso nelle fabbriche; e nel terzo della forma de' Tempj, de' loro generi(311), delle loro specie, e delle distribuzioni proprie di ciascun genere. De' tre Ordini poi ho trattato solo della maniera(312) Jonica, come di quella che  pi delicata per la qualit de' membretti; ora in questo tratter delle maniere Dorica, e Corintia, spiegando minutamente tutte le loro differenze, e propriet.
 Capitolo I. De' tre Ordini di Colonne, e loro invenzione.
Le Colonne Corintie, eccetto i capitelli, (Tav. XIII.) hanno le proporzioni tutte, come le joniche: tanto che la maggior altezza de' capitelli solo le rende per quella parte pi alte e piu delicate; perch l'altezza del capitello Ionico  per la terza(313) parte, e quella del Corintio  quanta tutta la grossezza del fusto. Quindi quelle due terze parti di diametro, che sono aggiunte di pi a' capitelli Corintj, accrescendone l'altezza, le fanno comparire pi svelte. Gli altri membretti tutti, i quali vanno sopra le colonne, sono nell'ordine Corintio trasportati o dal Dorico, o dal Jonico; e perch quest'ordine Corintio non ha avuto maniera propria di cornice e d'altri ornamenti, ha preso o dal Dorico sullo scompartimento de' triglifi i modiglioni nelle comici, e le gocce negli architravi: o dal Ionico le sculture del fregio, e i dentelli(314), e le cornici; e cos da quei due ordini coll'aggiunta sola di un capitello n' sorto questo terzo. Quindi dalla diversit delle colonne sono nati tre diversi ordini, chiamati Dorico, Jonico, e Corintio. Di questi il primo ad esser inventato fu il Dorico: (Tav. XI.) imperocch Doro, figliuolo di Elleno e della ninfa Ottico, fu R di tutta l'Acaja, e del Peloponneso: costui fabbric in Argo, antichissima citt, un tempio nel luogo sacro a Giunone, ed a caso riusc di quest'ordine(315); molti altri tempj poi si fecero nelle altre citt dell'Acaja di quello stesso ordine, ancorch non se ne sapessero ancora le sue vere e giuste proporzioni.
Ma dopo che gli Ateniesi, per gli oracoli d'Apollo Delfico, e di comun consenso di tutta la Grecia, trasportarono nell'Asia tutte in un tempo tredici Colonie, ed a ciascheduna dettero un conduttore, ed il sommo comando di tutte a Jono figliuolo di Xuto, e di Creusa, il quale Jono era stato dallo stesso Apollo nelle sue risposte chiamato figlio suo: costui trasport quelle colonie nell'Asia, si rese padrone della Caria, e vi fabbric grandissime citt, come furono Efeso, Mileto, o Miunta (che fu gi sommersa dall'acqua, ed i suoi sacrifizj, e suffragj furono dai Jonj annessi a' Milesj) Priene, Samo, Teo, Colofone, Chio, Eritra, Focea, Clazomene, Lebedo, e Melite. Questa Melite per l'arroganza de' suoi cittadini fu disfatta da tutte le altre citt in una guerra intimatale di comun consiglio; e per grazia del Re Attalo, e d'Arsinoe fu poi in luogo di essa ricevuta fra le Joniche la citt di Smirne. Or tutti questi popoli avendo da quel paese discacciati i Carj, ed i Lelegi, lo chiamarono Jonia dal loro capo Jone.
Ivi dunque dopo disegnati i luoghi da consecrarsi agli Dei immortali, cominciarono a fabbricarvi de' tempj; ed il primo fu ad Apollo Panionio simile a quello, che avevano veduto nell'Acaia, e lo chiamarono fin'anche Dorico, perch il primo che avevano veduto fatto in quella maniera, era stato nelle citt de' Dorj. In questo tempio volendo mettervi delle colonne, ma non avendone le vere proporzioni, e ricercando il modo, come farle non solo atte a regger peso, ma anche belle a vedere, risolvettero di misurare la pianta del piede umano, e ritrovato esser la sesta parte dell'altezza d'un uomo, fecero perci le colonne alte compresovi il capitello, quanto sei grossezze da basso di essa colonna; e cos cominci la colonna Dorica ad avere negli edifizj la proporzione, la sodezza, e la bellezza del corpo umano.
Similmente avendo poi voluto inalzare un tempio a Diana, (Tav. XII.) presero sulle stesse tracce le delicate proporzioni della donna, per formarne un aspetto diverso di un ordine nuovo; e fecero in primo luogo la grossezza della colonna un ottavo dell'altezza, per darle un'aria pi svelta, e vi aggiunsero sotto anche la base ad imitazion della scarpa(316), nel capitello le volute quali ricci increspati di capelli pendenti a destra ed a sinistra, e con cimase e serti(317) distribuiti in luogo di capelli ne ornarono gli aspetti: per tutto il fuso v'incavarono i canali a similitudine delle pieghe delle vesti delle matrone(318). Cos trovarono due diverse specie di colonne, una imitando l'aspetto virile senza ornato, l'altra colla delicatezza d'ornato e proporzione femminile. I posteri poi avanzando nel buon gusto, e piacendo le proporzioni(319) pi gentili, diedero alla colonna Dorica sette diametri di altezza, ed otto e mezzo alla Jonica; Jonica chiamata, perch i Joni furono i primi a farla.
Il terzo ordine, che si chiama Corintio, (Tav. XIII.) imita la tenerezza delle vergini: perch queste per la tenera et sono formate di membra gentili, e negli ornamenti non sono capaci, se non di cose delicate. L'invenzione del capitello di quest'ordine si narra in questa maniera. Una vergine Corinna gi atta a marito, sorpresa da male, se ne mor: dopo essere stata condotta alla sepoltura, la sua nutrice port delle vivande(320), che a lei viva solevano piacere, e chiuste ed accomodate in un corbello le pose sopra del sepolcro; ed acciocch, restando cos allo scoperto, si mantenessero pi lungo tempo, le copr con un mattone: fu questo corbello a caso situato sulla radice d'un Acanto(321). Intanto la radice stando nel mezzo cos schiacciata dal peso, quando fu verso primavera, mand fuori le foglie e i gambi, i quali crescendo accosto a' fianchi del corbello, e respinti dalla resistenza degli angoli della tegola, furono costretti attortigliarsi in quei canti, che sono ora in luogo delle volute. Callimaco, che per l'eccellenza e sottigliezza dell'arte di lavorar marmi era dagli Ateniesi chiamato catatechnos (primo artefice) trovatosi a passare allora presso a quel monumento, vidde il paniere, e le tenere foglie, che gli crescevano d'intorno, e piacendogli l'idea e la novit della figura, fece a questa simiglianza le colonne presso i Corintj, ne stabil le proporzioni, e determin le vere misure per un perfetto ordine Corintio.
La proporzion del capitello poi  questa: (Tav. XIII. fig. 2.) quanta  la grossezza da basso della colonna, tanta  l'altezza del capitello coll'abaco: la larghezza dell'abaco  tale, che la sua diagonale da angolo ad angolo  eguale a due altezze: questa estensione produrr giuste tutte le quattro fronti: debbono poi essere le fronti incurvate in dentro per un nono di tutta la larghezza di essa fronte da angolo ad angolo(322): la grossezza da basso del capitello sia eguale alla grossezza superiore della colonna, s'intende senza il sommo scapo, n l'astragalo; la doppiezza dell'abaco  il settimo dell'altezza del capitello. Quel che rimane, dedotto l'abaco, si divide in tre parti: la prima si d alle prime frondi: quella di mezzo alle seconde; e la terza a' gambi, dai quali escono i cartocci, i quali sostengono l'abaco: di questi quei, che s'estendono fin sotto agli angoli, sono i maggiori detti volute: i minori vengono sotto ai fiori, che sono nel mezzo delle fronti dell'abaco. E finalmente la grandezza de' fiori, che sono ne' quattro mezzi, non oltrepassi l'altezza dell'abaco. Queste saranno le giuste proporzioni del capitello Corintio(323).
Sonovi delle altre specie di capitelli, (fig. 3.) che si pongono sopra l'istesse colonne; e bench chiamati con diversi nomi, pure non possiam dire, che formino proporzioni diverse, o ordine diverso di colonne: anzi veggiamo che traggono, bench con qualche cambiamento, i nomi o da' Corintj, o da' Jonici, o da' Dorici, perch sono le stesse proporzioni di questi, arricchite solamente da nuove invenzioni di sculture(324).
 Capitolo II. Degli ornamenti delle Colonne.
Essendosi spiegate le origini e le invenzioni de' generi delle colonne, parmi non fuori di proposito il trattare anche dei loro ornamenti, (Tav. IV. fig. 3.) e come, e con quali principj sieno stati ritrovati. In ogni edifizio si situa nella parte superiore la travatura, nella quale vi sono diversi nomi; e sono diversi i nomi, come sono diversi gli usi. Travi si dicono quelli, che si pongono a traverso sopra le colonne, o pilastri, o teste di muro: formansi i palchi di Travicelli, ed Assi: ne' tetti poi, se lo spazio  molto largo, vi vuole in cima al comignolo l'Asinello aa, in latino columen, onde il nome di column a' Monachi ee: le Asticciuole bb, e le Razze dd: ma se lo spazio  minore, fa d'uopo del solo Asinello(325) aa: in tutti i tetti poi vi sono Puntoni cc, i quali sporgono fino alla gronda: sopra i puntoni vengono i Paradossi ff; e sopra questi, sotto i tegoli i Panconcelli gg, i quali sporgono fuori del muro in guisa che lo cuoprono coi loro sporti. Cos ciascuna cosa ha il proprio luogo, la propria specie, ed il proprio ordine.
Or da queste cose, e da questi lavori di legnami hanno poi gli artefici preso ad imitarne la disposizione nelle fabbriche de' tempj colle loro sculture s in pietre come in marmi: ed hanno creduto di doversi seguire queste invenzioni, perch gli antichi fabbricatori edificando in un certo luogo, poich ebbero situati i travi con un capo sul muro di dentro, e coll'altro sull'esterno tanto che sporgevano anche fuori, empirono di fabbrica lo spazio rimasto fra' travi, e sopra vi fecero le cornici, ed i frontespizi ornati di buona maniera: indi segarono a linea ed a piombo delle mura tutte quelle punte di travi, che sporgevano in fuora; e perch parve poi brutto quell'aspetto, affissero sulla testa tagliata de' travi delle tavolette a quella foggia, che si fanno ora i triglifi, e le dipinsero con cera turchina(326), acciocch i tagli de' travi rimanendo coperti non offendessero la vista(327). Cos le segature de' travi coperte a figura di triglifi vennero a formare nelle opere Doriche la metopa, ed il triglifo(328). 
Cominciarono gli altri poi in altre opere a cacciar fuori a piombo sopra i triglifi le teste de' puntoni, contornando(329) quella parte, che sporgeva; quindi siccome dalla disposizione de' travi nacquero i triglifi, cos dallo sporto dei puntoni i modiglioni sotto il gocciolatojo. Perci anche ne' lavori di pietra e di marmo si formano di scultura i modiglioni inclinati, perch  una imitazione de' puntoni; e questi necessariamente si hanno a porre inclinati per lo scolo delle acque. Questa  dunque l'origine de' Triglifi, e de' Modiglioni nelle opere Doriche. Ne pu essere, come malamente hanno detto alcuni, che i triglifi figurino finestre; perch i triglifi si pongono nelle cantonate, e sopra i mezzi delle colonne, ne' quali luoghi ripugna alla natura l'esservi finestre: imperciocch, se mai vi si facessero, si slegherebbero le unioni degli angoli degli edifizj. Oltre di che, se dove sono ora i triglifi, si stima esservi stati i vani delle finestre, si potrebbe per la stessa ragione dire, che anche i dentelli ionici occupassero i luoghi delle finestre; ed in fatti tanto gli spazj, che sono tra i dentelli, quanto quelli fra i triglifi si chiamano Metope: Opas chiamano i Greci i letti delle travi e de' panconcelli, ed i nostri cava columbaria: onde presso loro  detta Metopa quell'intervallo, che  fra due letti di travi. Quindi siccome  nato nelle opere Doriche l'uso de' triglifi, e de' modiglioni, cos anche nelle Joniche quello de' dentelli; e siccome i modiglioni figurano gli sporti de' puntoni, cos i dentelli Jonici fanno le veci degli sporti de' panconcelli(330). . Quindi  che fra i Greci non vi  stato, chi avesse posti i dentelli sotto i modiglioni, perch non  naturale, che stieno i panconcelli sotto i puntoni. Perci se nelle copie si metter sotto quel, che nel vero si pone sopra i puntoni ed i paradossi, sar un'opera difettosa. Parimente gli antichi non approvavano, n mettevano modiglioni o dentelli ne' frontespizj, ma gocciolatoj semplici; e la ragione si , perch nelle facciate de' frontespizj non vi possono essere, e molto meno sporgere i puntoni ed i panconcelli, i quali debbono essere situati in pendio verso i fianchi, ove sono le gronde. Stimavano in somma, che quello, che non pu sussistere veramente e realmente, non possa n anco essere approvato, ancorch fatto in apparenza: imperciocch tutte le cose sono state cavate dalle vere propriet e costumanze della natura, trasportate poi ad abbellire e perfezionare le opere; e non approvavano se non quelle cose, le quali possono in disputa esser sostenute con ragioni cavate dalla verit. Quindi da questi principj hanno tratte le simmetrie e le proporzioni, che ci han lasciate stabilite per ciascuno ordine; ed io senza allontanarmi dal loro istituto, siccome ho parlato gi delle maniere Jonica, e Corintia, brevemente ora esporr la Dorica, e tutta la sua formazione.
 Capitolo III. Della maniera Dorica.
Alcuni Architetti antichi proibivano, che si facessero tempi di ordine Dorico, (Tav. XI.) perch riuscivano difettose ed improprie le simmetrie. Tali furono Tarchesio, Piteo, ed anche Ermogene; costui in fatti avendo ammannita una quantit di marmi per farne un tempio Dorico, mut idea, e lo fece Jonico a Bacco. Eppure non  gi, che sia brutto l'aspetto, o l'ordine, o la figura, ma solo perch riesce obbligata e scomoda in opera la(331) disposizione per cagion dello scompartimento de' triglifi; e delle formelle(332): imperciocch  necessario, che i triglifi sieno situati sopra i due(333) quarti di mezzo delle colonne: e che le metope, le quali sono tra i triglifi, sieno tanto lunghe, quanto alte; e di pi i triglifi, che van sopra le colonne de' cantoni, si situano sull'estremit(334), non sopra i due mezzi della colonna. Quindi le metope, che sono presso i triglifi de' cantoni, non riescono quadrate, ma mezzo triglifo di pi larghe: oppure coloro, che vogliono fare le metope tutte uguali, ristringono gli ultimi intercolunnj per lo spazio di mezzo triglifo(335). Ma che si ristringa o la metopa, o l'intercolunnio, sempre  difetto; onde  che gli antichi hanno sfuggito di adoprare la maniera Dorica, ne' tempj sacri. Noi per servando il nostro ordine l'insegneremo, come l'abbiamo appreso da' maestri, acciocch, se qualcuno vorr con tutte queste difficolt servirsene, trovi dimostrate le proporzioni, colle quali possa tirare ad una perfezione accurata, e senza difetti un tempio di ordine Dorico.
La fronte dunque del tempio(336) Dorico, (Tav. XI. fig. 4.) ove si hanno a situare le colonne, si divida, se sar tetrastilo, cio a quattro colonne, in parti 27.(337): se esastilo, cio a sei, in 42.(338); una di queste parti sar il modulo, (Tav. XI. fig. 4.) il quale in Greco si chiama embates, stabilito il quale si tira il conto della distribuzione di tutta l'opera(339). Cos la grossezza della colonna sar di due moduli, l'altezza, (Tav. XI. fig. 1.) compreso il capitello, di 14. L'altezza del capitello un modulo, e la larghezza due ed un sesto(340): il capitello poi si divide in tre parti, una  per l'abaco con la sua cimasa, l'altra per l'ovolo cogli anelli(341), e la terza pel collo. La colonna si assottiglia colle regole date nel terzo libro per le Joniche.
L'altezza dell'architrave, compresa la fascia e le gocce,  di un modulo: la fascia un settimo di modulo: la lunghezza delle gocce(342) sotto la fascia, ed a piombo de' triglifi sar, compresovi il regoletto, un sesto di modulo. La larghezza di sotto dell'architrave  uguale al collo superiore della colonna.
Sopra l'architrave si hanno a porre i triglifi colle metope alti un modulo e mezzo, larghi uno: distribuiti in modo, che tanto nelle colonne de' cantoni, quanto in quelle di mezzo corrispondano sopra i due quarti di mezzo delle colonne, e che ne entrino negli altri intercolunni due, in quelli di mezzo tanto d'avanti, quanto da dietro tre; e ci, perch tenendo cos allargati gl'intercolunnj di mezzo, rimanga pi libero il passaggio a coloro, che vanno a visitare le immagini degli Dei.
La larghezza de' triglifi (Tav. XI. fig. 2.) si divide in sei parti, delle quali cinque restano nel mezzo, ed una divisa met a destra, met a sinistra: nel mezzo resta un regoletto, o sia coscia, che in Greco si dice meros: accanto a questo s'incavino due canali ad angoli retti: a destra ed a sinistra per ordine vengano gli altri pianuzzi, ed agli angoli finalmente voltino due mezzi canali(343).
Fatti in questo modo i triglifi, si facciano le metope, le quali sono fra i triglifi, tanto lunghe, quanto alte; e nelle cantonate si scolpiscano mezze metope, larghe mezzo modulo(344). Facendosi cos, si correggeranno tutti i difetti delle metope, degl'intercolunni, e delle formelle, (Tav. XI. fig. 2.) perch sono eguali le distribuzioni. I capitelli de' triglifi hanno ad essere alti la sesta parte d'un modulo.
Sopra questi capitelli viene il gocciolatoio, il cui sporto  per una met ed una sesta parte di modulo; e tiene una cimasa Dorica sotto, ed una sopra. Il gocciolatojo con tutte le cimase sar alto parimente quanto la met, ed un sesto(345) di modulo. Sotto la soffitta del gocciolatoio, (Tav. XI. fig. 3.) a piombo de' triglifi e delle metope(346) si hanno a scompartire le direzioni delle vie(347), e delle gocce in guisa tale, che di dette gocce n'entrino sei in lunghezza e tre in larghezza: i rimanenti vani, essendo le metope pi larghe de' triglifi, restino lisci, oppure vi si possono scolpire de' fulmini(348), presso il sottogrondale del gocciolatojo s'intagli un canaletto a guisa di scozia.(349) Tutte le altre parti, come sono i tamburi, le cimase(350), ed i gocciolatoj si faranno colle stesse regole date per l'ordine Jonico. 
Queste proporzioni per sono proprie (Tav. XI. fig. 4.) nelle opere diastile(351): ma se si vorran fare picnostile(352), e monotriglife, allora la facciata del tempio, se sar tetrastila, si divide in 22. parti(353); se esastila in 32., e di queste una sar il modulo, col quale poi, secondo le regole date di sopra, si scompartir tutta l'opera. Qu dunque sopra ogni architrave(354) sono due metope, ed un triglifo: ne' cantoni resta uno spazio, quanto un mezzo triglifo(355). Di pi l'intercolunnio di mezzo sotto la cima del frontespizio dev'esser largo da contenere tre triglifi, e quattro metope, acciocch sia pi largo l'ingresso al tempio, e pi maestosa la vista delle statue degli Dei. Sopra i capitelli de' triglifi va il gocciolatojo parimente con due gole, come s' detto, una sotto e l'altra sopra; tutto il gocciolatojo colle gole  alto parimente per la met, ed un sesto(356) di modulo. Anche nella soffitta del gocciolatojo a piombo de' triglifi, (Tav. XI. fig. 4.) e delle metope si hanno a scompartire i riquadri, o le formelle e tutto il resto, come si  detto ne' diastili.
Nelle colonne, qualora si vogliono affaccettare(357), vi si hanno a fare venti strie; (Tav. XI. fig. 3.) e queste se saranno piane formeranno venti angoli, ma se poi si voglion fare accanalate, si faranno in questa maniera: si descrive un quadrato di lati uguali alla larghezza della stria: nel punto di mezzo del quadrato si ponga una punta del compasso, e si tiri una porzione di cerchio, che tocchi gli angoli del quadrato, e si faccia il canale uguale a quel segmento di cerchio, che  fra la linea circolare, ed il lato del quadrato; cos la colonna dorica avr le scanalature proprie per la sua maniera. In riguardo all'aggiunzione, che si fa nel ventre della colonna, s'intenda qu replicato quanto s' detto per lo Jonico al lib. iii.
Poich si sono gi designate le simmetrie degli aspetti esteriori s Corintj, come Dorici, e Jonici,  di dovere ora spiegare ancora le distribuzioni interiori della Cella, e del Vestibolo.
 Capitolo IV. Della distribuzione interna della Cella, e del Vestibulo.
La lunghezza del tempio si distribuisce in modo, che sia il doppio della larghezza; e la cella(358), compreso il muro delle porte, sia un quarto pi lunga, che non  largo(359) il tempio: onde le rimanenti tre quarte parti avanzano nel pronao, o sia vestibolo verso le pilastrate dei muri(360): queste pilastrate debbono essere larghe quanto le colonne: talch se il tempio(361) sar largo pi di 20 piedi, si pongano due colonne fra i due pilastri, le quali separino il portico(362) dal vestibolo: perci anche i tre intercolunnj, che sono tra i pilastri e queste colonne, si chiudono con parapetti o di marmo, o di legno, ma in modo, che vi restino le porte per entrare nel vestibolo(363). 
Che se la larghezza sar maggiore anche di 40. piedi, vi vogliono nella parte di dentro altre colonne dirimpetto alle prime, che sono fra i pilastri(364), e queste d'altezza eguale a quelle della facciata: ma di grossezza minore(365) con questa proporzione: se quelle della facciata avranno il diametro un ottavo dell'altezza, queste l'abbiano un nono, e cos a proporzione, se quelle l'avranno di un nono o d'un decimo; poich l'aria chiusa, in cui sono, non far distinguere, che sieno pi sottili. Ma se mai lo parranno, allora ove nelle colonne esteriori sono 24. canali, in quelle se ne faranno 28, ed anche 32: cos quel che si toglie dal corpo del fusto, se gli restituisce coll'aumento del numero de' canali a proporzione di quanto meno comparisce quello assottigliamento; e cos la disuguaglianza del numero de' canali far parere eguale la grossezza delle colonne. Questo succede, perch fissandoli l'occhio in maggior numero di punti, formasi un'immagine maggiore; in fatti se si misurino col filo due colonne di diametro eguale, ma una scanalata, l'altra n: e s, che il filo vada toccando tutti i punti intorno intorno, e nel fondo de'canali, e negli angoli delle strie, ancorch le colonne sieno eguali in diametro, pure i fili, coi quali saranno a questo modo misurate, non saranno eguali; perch il giro de' canali, e de' pianuzzi viene a formare una linea pi lunga. Se dunque non si stimasse altrimenti, non  fuori di ragione il fare ne' luoghi angusti e nell'aria chiusta le proporzioni delle colonne pi gentili, quando in ogni caso abbiamo il rimedio, che ci somministrano le scanalature.
Il muro della Cella deve esser grosso a proporzione della grandezza, basta solo che i pilastri sieno eguali a' diametri delle colonne: e se saranno di fabbrica ordinaria(366), sia questa fatta a dovere con pietre piccolissime; e se di marmi o pietre lavorate, stimerei, che abbiano ad essere queste di mezzana grandezza ed eguali, s perch le pietre superiori poste sulle commessure di mezzo(367) di quelle di sotto, concatenando, rendono pi stabile e perfetta la fabbrica: come anche i filetti di calce rilevati nelle commessure, e ne' letti renderanno pi vago l'aspetto cos contornato(368).
 Capitolo. V. Del sito de' Tempj riguardo ai punti del Cielo.
Acciocch sieno i tempi rivolti ad aspetto proprio, debbono situarsi in modo, che ove non siavi ragione in contrario, la Statua, che  nella cella, riguardi verso ponente, perch coloro che vanno all'altare per fare immolazioni o sacrifizj, riguardino nello stesso tempo e l'oriente e la statua, che  nel tempio, come anche saranno rivolti non solo verso il tempio, ma verso l'oriente ancora coloro, che vanno a farvi delle preghiere: onde tanto ai supplicanti, quanto ai sagrificanti parr, che le statue stesse sorgano a rimirarli; perci anche gli altari tutti debbono necessariamente riguardare l'oriente.
Se per non si potesse ci per la natura del luogo, allora o si hanno a situare in modo, che da quel tempio si scopra la maggior parte degli edifizj: o se il tempio sar lungo la riva d'un fiume, come lo sono in Egitto intorto al Nilo, dee riguardare il fiume; o se saranno presso le vie pubbliche, si situino in modo, che i passaggieri possano vederli, ed inchinarvisi dalla parte della facciata.
 Capitolo VI. Delle proporzioni delle Porte de' Tempj.
La prima regola per le Porte, ed i loro stipiti ne' tempj si  di stabilire prima d'ogni altro, di che Ordine hanno da essere. Gli ordini delle porte sono Dorico, Jonico, ed Attico(369).
Le proporzioni del Dorico (Tav. XI. fig. 5.) hanno queste divisioni; la cornice ultima, la quale va sopra l'architrave, sia a livello(370) de' capitelli delle colonne, (Tav. XI. fig. 5.) che sono nel portico. Il lume poi della porta si trova, dividendo l'altezza del tempio, dal pavimento cio fino alla soffitta(371), in parti tre e mezza, e dandone due all'altezza del vano delle porte. Quest'altezza si divide in dodici parti: di queste cinque e mezza si danno alla larghezza del vano, ma da basso, sopra poi vada ristringendosi con questa regola: se l'altezza del vano sar da sedici piedi in sotto, la terza parte dello stipite: se da sedici a venticinque, allora la parte superiore del vano si restringe la quarta parte: se da venticinque a trenta, l'ottava parte dello stipite; le altre, che saranno pi alte, avranno gli stipiti a piombo(372).
Lo stipite sar largo di fronte quanto un duodecimo dall'altezza del vano, e nella parte superiore restringer pel decimo quarto della sua larghezza: l'altezza dell'architrave sar eguale alla parte superiore degli stipiti: la cimasa un sesto(373) dello stipite, e lo sporto della medesima poi eguale all'altezza; e s'intaglier tanto la cimasa Lesbia(374), quanto l'astragalo. Sopra la cimasa dell'architrave va il fregio d'altezza eguale all'architrave, e vi si scolpir la cimasa Dorica, e l'astragalo Lesbio di rilievo stiacciato. Segue poi il gocciolatojo piano colla sua cimasa: lo sporto sar eguale all'altezza dell'architrave, che posa sopra i due stipiti, e gli aggetti a destra ed a sinistra saranno tali, che avanzino i piedi(375); e le cimase debbono unirsi a unghia(376). 
Nelle Ioniche (Tav. XI. fig. 6.) l'altezza del vano si trover come nelle Doriche: ma la larghezza si trover dividendo l'altezza in due parti e mezza, e prendendone una e mezza per la larghezza(377) da basso: l'assottigliamento, come nelle Doriche: la larghezza dello stipite sar la decima quarta parte dell'altezza del vano: la cimasa il sesto di questa larghezza: quel che resta, dedotta la cimasa, si divide in dodici parti, tre formano la prima fascia con l'astragalo, quattro la seconda, e cinque la terza; queste fasce coi loro astragali girano attorno attorno. I soprapporte si faranno simili a' soprapporte Dorici. Le cartelle, o sieno mensole, vengono intagliate, e pendenti a destra ed a sinistra fino al livello di sotto dell'architrave, eccettuatane la foglia(378). Saranno di fronte doppie il terzo dello stipite, e la parte inferiore sar un quarto pi sottile della superiore.
Le porte dl legno(379) si compongono in modo, (Tav. XI. fig. 5.) che le imposte cardinali (6) sieno la duodecima parte della larghezza di tutto il vano: i quadri (8) fra le imposte (Tav. XII. fig. 6.) abbiano ognuno tre di queste dodici parti. I telari si hanno a distribuire in modo, che divisa l'altezza in cinque parti, ne restino due sopra, e tre sotto: (Tav. XIII. fig. 6.) nel mezzo viene la traversa di mezzo (9); e poi alcune nella parte di sopra, altre di sotto (99): la larghezza della traversa  la terza parte del quadro, la cimasa la sesta parte della traversa: la larghezza delle imposte di mezzo(380) la met della traversa: la fascia (7) la met, e pi un sesto della traversa; le imposte accanto allo stipite, o sia architrave la met della traversa.
Se poi le porte saranno valvate(381), cio a un pezzo, l'altezze sono le medesime; (Tav. XIII. fig. 6.) solo per il largo si aggiunge la larghezza d'una porta. E se sar in quattro pezzi, si cresce in altezza.
La porta Attica si fa colla stessa regola delle Doriche: se non che negli stipiti si fanno ricorrere sotto la cimasa le fasce, e queste si scompartono in modo, che, dedotta la cimasa(382) dallo stipite, delle sette parti la prima ne abbia due. Gli ornamenti poi delle porte non si fanno cerostroti(383) n a due pezzi, ma a uno, e si aprono al di fuori.
Ho esposto, per quanto ho potuto, le proporzioni, che si hanno a tenere, come gi stabilite costumanze, nella formazione de' tempj Dorici, Jonici, e Corintj. Ora tratter delle distribuzioni, che occorrono nell'ordine Toscano.
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Capitolo 7. Delle Proporzioni de' Tempj Toscani.
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La lunghezza del luogo, ove si stabilisce di edificare il Tempio, si divide in sei parti, (Tav. VIII. fig. 1.) e se ne danno cinque alla larghezza: la stessa lunghezza poi si divide in due parti, la pi interna serve per le celle, la pi vicina alla facciata resta per situarvi le colonne. Di pi la stessa larghezza si divide in dieci parti, delle quali tre a destra, e tre a sinistra servono per le celle minori, le restanti quattro per la navata di mezzo. Nello spazio, che sar nell'antitempio avanti le celle, si distribuiscano le colonne in guisa, che quelle de' cantoni d corrispondano dirimpetto a' pilastri delle mura esteriori c; le due di mezzo e dirimpetto alle mura f, che sono fra i detti pilastri e il mezzo del Tempio, si distribuiscano in modo, che fra i pilastri f, e le prime colonne e nel mezzo all'istessa dirittura ne sia posta un altra per parte g(384).
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La loro grossezza da basso sar un settimo(385) dell'altezza, l'altezza un terzo(386) della larghezza del Tempio, (Tav. X. fig. 1.) la grossezza di sopra della colonna si restringe a un quarto di meno di quella di sotto(387). Le loro basi si fanno alte mezzo diametro, e sono composte d'uno zoccolo circolare alto la met di tutta l'altezza, e di un toro, che posa sopra col listello(388), alto quanto lo zoccolo. L'altezza del capitello  mezzo diametro: la larghezza dell'abaco quanto il diametro; (Tav. X. fig. 1. e 2.) tutta l'altezza del capitello si divide in tre parti, una  del mattone, che fa le veci dell'abaco, la seconda dell'ovolo, e la terza del collo compresovi l'astragalo, e il listello(389). Sopra le colonne poi si situano travi accoppiate, che formino l'altezza proporzionata alla grandezza dell'opera; e di pi abbiano tanta larghezza, quanta  quella del collo della colonna; e si accoppiano questi travi con biette(390), e traversi a code di rondine in modo, che nella commessura vi resti una distanza di due dita; imperciocch se si lasciassero toccare fra di loro, non giocando l'aria per mezzo, presto si riscaldano, e s'infradiciano. Sopra queste travi, anzi sopra la(391) fabbrica del fregio posano i modiglioni, lo sporto de' quali  uguale alla quarta parte della larghezza(392) della colonna, ed alle loro teste si affiggono degli ornamenti(393): sopra si fa il tamburo coi suoi frontespizj, o di fabbrica o di legno: sopra del quale frontespizio ha da posare l'asinello, i puntoni, e le assi in modo, che lo scolo di tutto il tetto penda a tre lati(394).
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Si fanno oltre a ci de' Tempj rotondi, (Tav. IX. fig. 1.) e di questi alcuni senza cella chiusi solo da un colonnato, detti perci Monopteri(395), altri poi Peripteri. Quelli, che si fanno senza cella, hanno il tribunale(396), e la scalinata eguale alla terza parte del proprio diametro: le colonne da sopra i piedistalli sono tanto alte, quanto  tutto il diametro da fuori a fuori(397); larghe poi la decima parte(398) della loro altezza, compreso capitello e base. L'architrave alto mezzo(399) diametro. Il fregio, e le altre parti superiori di quella grandezza, che portano le regole date sopra al libro terzo.
Se il tempio per fosse Periptero, (Tav. IX. fig. 2.) si alzino in prima dal piano due gradi, e lo zoccolo; indi si situi il muro della cella discosto dallo zoccolo un quinto in circa di tutto il diametro, e nel mezzo si lasci il vano per la porta. La cella ha d'avere di diametro netto dalle mura d'intorno, quanta  l'altezza delle colonne da sopra il zoccolo. Le colonne intorno intorno si distribuiscano colle solite proporzioni e simmetrie. Il coperto di mezzo poi si fa con questa regola, cio, che la met del diametro di tutta l'opera si d d'altezza alla cupola netta di fiore. Il fiore(400) poi senza la piramide sar alto, quanto il capitello; tutte le altre parti si fanno colle proporzioni, e simmetrie date loro di sopra.
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Si fanno(401) parimente altre specie di Tempj, ordinati bens colle stesse simmetrie, ma partecipano delle distribuzioni di qualche altra specie; tale  il tempio di Castore nel Cerchio Flaminio, e quel di Vejove fra i due boschi. Tale ancora, ma pi ingegnoso  quello di Diana cacciatrice(402), per l'aggiunzione d'altre colonne a destra e a sinistra de' fianchi dell'antitempio. I primi tempj, che si fecero di questa specie, della quale  quello di Castore nel Cerchio, furono quel di Minerva nella rocca d'Atene, e quel di Pallade in Sunio nell'Attica. Le proporzioni di questi tali tempj sono per altro le solite: imperciocch le lunghezze delle celle sono doppie delle larghezze, e come in tutti gli altri(403) le simmetrie, che sogliono essere nelle fronti, si trasportano a proporzione anche a' fianchi.
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Alcuni fin'anche prendono la distribuzion delle colonne dalle specie Toscane, e l'applicano alle specie Corintie, e Joniche: (Tav. VI. fig. 1.) imperciocch, ove nell'antitempio vengono innanzi pilastri, in loro vece situano dirimpetto alle mura della cella due colonne, e cos mescolano la maniera Toscana alla Greca(404).
Altri dall'altra parte slargando le mura della cella, (Tav. VlII. fig. 2.) e situandole fra l'intercolunnj d'intorno, coll'ampiezza acquistata col trasportare il muro, rendono assai spazioso il vaso della cella; e ritenendo del resto le stesse proporzioni e simmetrie, par che abbiano inventata una nuova specie di figura, che potrebbe nominarli Pseudoperiptera(405). Queste mutazioni di specie per altro dipendono da' diversi usi de' sagrifizj: imperciocch non si hanno a fare tutti della della maniera i tempj agli Dei, diverso essendo il culto e le cerimonie di ciascuno.
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Ho esposto, secondo mi  stato insegnato, tutte le maniere de' Tempj sacri; ed ho colle divisioni distinti gli ordini, e le simmetrie loro, ingegnandomi di spiegare, per quanto ho potuto in questi scritti, quali Tempj hanno figure dissimili, e quali sieno le differenze, che gli rendano tali. Ora tratter degli Altari degli Dei(406), e del sito loro proprio adattato a' sacrifizj.
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Capitolo 8. Del sito degli Altari degli Dei.
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Gli Altari hanno da esser posti dalla parte d'Oriente, e sempre sieno pi bassi delle statue, che saranno nel tempio, acciocch i supplicanti, e i sagrificanti nel riguardare la Deit, si situino a diverse altezze, secondo richiede il decoro di ciascuna Deit. Quindi le altezze si regoleranno in questa maniera: a Giove, e a tutte le Deit del Cielo si faranno quanto pi alti si pu: a Vesta, alla Terra, al Mare, bassi; cos con questi principj si faranno nel mezzo de' tempj altari proprj e adatti(407).
In questo libro si sono spiegate le composizioni de' Tempj; nel seguente daremo le regole delle distribuzioni delle opere pubbliche.
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Fine del libro quarto.
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FINE Parte 1.